La rubrica “Alesia ed i suoi compagni di viaggio” l’amica Chiara Macinai (GALLERIA FOTO)

Libro Mondo

Immaginiamo che il mondo sia un libro da sfogliare, ogni pagina compone un aspetto della nostra realtà fisica e intellettuale. Al suo interno troviamo tutti gli aspetti del nostro convivere con le varie specie che abitano il pianeta, i conflitti necessari per la sopravvivenza, le sfide e l’armonia che regolano il ciclo degli eventi. In questo panorama ogni essere trova una propria presenza e si integra al concetto generale dell’esistenza. Adesso immaginiamo di essere autori di un paragrafo di questo libro, cerchiamo i segni necessari per esprimere la nostra personale interpretazione di quello che viviamo, proviamo e riproviamo in una ricerca più o meno consapevole a usare le parole giuste, i suoni che più ci assomigliano per essere compresi e ascoltati.  Questa visione del mondo descrive a grandi linee la mia attività artistica, una “passeggiata nel bosco” della conoscenza. Per la mia ricerca mi sono affidata agli strumenti di base, la voce, il corpo, il pensiero, la sensibilità e l’immaginazione, appunto. Ogni esperienza vissuta fonda le basi dei rapporti, il confronto con gli altri, le varie collaborazioni o semplici interazioni hanno contribuito a fondere il mio personale punto di vista con le altre sensibilità, rendendomi solubile.  Il lavoro nelle scuole con la pedagogia teatrale mi ha resa consapevole ad esempio delle varie sovrastrutture che gli adolescenti indossano come fossero un’armatura per affrontare le sfide del modo. Durante le ore di lavoro nei licei ho scoperto talenti peculiari di giovani donne e uomini che sempre più densi di struttura si sono avvicendati a scrivere il loro personale paragrafo non necessariamente in ambito artistico. Amo ricordare che con alcuni di loro collaboro tutt’oggi a diversi progetti. La fiducia accordata nel seguirmi in diverse performance testimonia che la connessione con gli altri è un continuo scambio di abilità. Nel 2016 per un progetto realizzato per la Galleria degli Uffizi di Firenze dal titolo Camera Chiara i 15 performer coinvolti erano parte studenti di alcuni corsi che avevo tenuto e altri studenti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze allievi di Robert Pettena con il quale avevo ideato e presentato il progetto. Il prof. Pettena a sua volta è stato relatore della mia tesi specialistica all’Accademia. Il progetto prendeva spunto da alcune suggestioni di Roland Barthes nel suo saggio La chambre claire del 1980, e dalle riflessioni di George Kubler contenute in The Shape of Time (1962), sul rapporto tra oggetti, memoria e forma d’arte. L’intento della performance era proprio quello di riflettere sul lascito che ogni forma d’espressione artistica riceve da opere e autori che hanno compiuto un percorso espressivo nel medesimo ambito. In questo senso, oggetti, dettagli e aspetti emotivi lasciano traccia dell’ispirazione artistica in un medesimo flusso di creatività e di idee. La performance prevedeva un’azione mimica dei quindici performer che si svolgeva negli spazi della galleria. Durante il percorso, ciascuno dei partecipanti si spoglia di uno o più elementi (un indumento, uno strumento di lavoro) che veniva accolto da un altro dei quindici, creando un circuito in cui la caratterizzazione di ognuno si definiva grazie a un continuo scambio di oggetti, dettagli e caratteri. Le personalità venivano a formarsi, ad arricchirsi, a mutare, grazie all’interazione. I partecipanti all’azione, finito il loro circuito, si confondevano tra i visitatori della Galleria degli Uffizi pronti, secondo segnale convenuto, a iniziare un nuovo percorso. Il senso di questo lavoro mette in risalto l’idea che quello che realizziamo è frutto di un continuo passaggio di esperienze, azioni che creano un flusso di scambi, una consegna di testimone, una staffetta di responsabilità. Una risposta alle abilità che si mettono in gioco. Ogni forma d’arte, ogni opera ha alla sua origine uno scambio di competenze. Tutte queste riflessioni sembrano fuori dal tempo, ma proprio per questa loro natura possono aderire alla contemporaneità. Il saggio del filosofo Giorgio Agaben Che cos’è la contemporaneità? (2008), parte da una riflessione su le parole scritte da Friedrich Nietzsche nel 1874 «appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo». Dunque secondo questo presupposto bisogna stare fuori dal proprio tempo per comprendere meglio tutte le circostanze che lo riguardano. Il filosofo Agaben prosegue la lettura della contemporaneità parlando delle memoria, mettendo in evidenza che nella società odierna ormai da tempo abbiamo perso la capacità di ricordare, di riferirsi a una memoria storica o narrativa e proprio a causa di questa amnesia siamo sempre meno capaci di programmare il futuro. Per costruire uno spazio ancora vivibile, nel quale poter coabitare si rende necessario capire al meglio la contemporaneità, sia in senso individuale che collettivo. Trasmettere cultura rendendosi consapevoli del percorso che stiamo compiendo, della pagina del libro modo che contribuiamo a scrivere, mette in evidenza che nella nostra personale ricerca non possiamo dimenticare della staffetta alla quale inevitabilmente partecipiamo. Questo concetto dovrebbe essere esteso a tutti i campi del sapere, scienza, economia, politica tutte le relazioni con il vivere il proprio tempo implicano una corresponsabilità che tenga conto delle risposte che ci attendono. Mettersi al riparo dalle illusioni del pensiero unilaterale, sapere riconoscere che il mondo che abitiamo non è un “nonluogo” ma bensì la dimora di tutti sempre più interconnessi, che ci piaccia o no.  La drammaturgia che tutti contribuiamo a comporre, ci rende partecipi di un continuo scambio di dati, informazioni e memorie che portiamo con noi attraverso le azioni e le scelte che compiamo. In campo artistico questo si traduce nell’acquisizione di una visione quanto più ampia delle conoscenze che ci rende maggiormente sensibili, capaci di meglio interpretare la realtà attraverso l’immaginazione più che il raziocinio e porta ad ampliare la coscienza emotiva oltre che dare spazio al possibile.  In questo senso l’arte diviene cura o antidoto di una realtà che ci appare spesso distorta e malata non solo per quanto riguarda la fruizione dell’emozione artistica come spesso viene sottolineato in un dibattito pubblico- non particolarmente acuto e brillante, per la verità- che caratterizza questo periodo di crisi e di pandemia. Ma per la partecipazione alla costruzione di un processo artistico, al contributo allo scambio di sguardi, affinità e talenti che insieme costituiscono gli elementi di preparazione e di performance. Non si tratta di essere quindi solo spettatori, ma soggetti attivi e coautori. Chi ha vissuto gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso dirà: niente di nuovo. Eppure in questi primi venti anni del nuovo secolo ci sono degli elementi di interesse da non sottovalutare, che porteranno inevitabilmente a radicali cambiamenti e i prossimi capitoli del libro modo sono ancora tutti da inventare.

                                                                                                                                  Chiara Macinai

link video Camera Chiara https://vimeo.com/467396467

link video La Scaccirella https://vimeo.com/172550703