“La poesia salverà il mondo”, le riflessioni dopo l’insediamento di Biden

di Sabrina Lembo

E’ mercoledì 20 gennaio 2021 e il mondo intero è sintonizzato sugli Stati Uniti d’America, più precisamente sul lato ovest del Campidoglio, a Washington. Circa 200 mila bandiere sventolano sul viale del National Mall per la cerimonia d’insediamento di Joe Biden come 46° presidente degli USA. La prima cerimonia inaugurale della storia presidenziale americana senza spettatori dal vivo,  a causa delle restrizioni dovute alla pandemia di COVID-19. Quelle bandierine, infatti, sono state collocate proprio in sostituzione dei volti degli americani, sintonizzati anch’essi da casa, come il resto del mondo.  Ma la cinquantanovesima inaugurazione presidenziale, non verrà ricordata né per questa particolare mancanza, né per il COVID-19 e, chissà, forse neanche per le parole del nuovo eletto presidente Biden. La voce che più ha fatto scalpore e che rimarrà nella storia – non solo americana –  è quella della ventiduenne Amanda Gorman, la poetessa con il cappotto giallo acceso e l’enorme cerchietto rosso bombato . Una perfetta sconosciuta, prima del 20 gennaio, che in pochi giorni è diventata la protagonista indiscussa dell’Inaguration Day, sui giornali e i social network di mezzo mondo, con i versi rap della sua poesia The Hill We Climb (La collina che stiamo risalendo)

“Essere americani – recita la Gorman- è più di un orgoglio che ereditiamo; è il passato in cui entriamo e come lo ripariamo. Abbiamo visto una forza che avrebbe distrutto il nostro paese se avesse significato rinviare la democrazia. Questo sforzo è quasi riuscito. Ma se può essere periodicamente rinviata, la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta.”

La sua poesia è un inno alla speranza che, mai come in questo momento, giunge in ogni Paese. E’ un invito all’unione, alla capacità di saper ricostruire, senza negare gli errori passati, ma – anzi – partendo proprio da lì, dal punto più marcio dello sbaglio compiuto. Siamo il passato in cui entriamo e come lo ripariamo. Una liricità, quella della poesia, che non ammette confini, che diventa subito universale, eterna, vera. In quell’orgoglio che ereditiamo, non ci sono solo gli americani, ma ognuno di noi. Ogni essere umano, a prescindere dalla nazionalità e dall’etnia d’appartenenza. In quei versi della Gorman ci siamo anche noi italiani, che di orgoglio ereditato ne portiamo tanto nelle  nostre vene, anche se spesso lo dimentichiamo. Ed è questo l’invito che, forse col discorso presidenziale oltreoceano più bello che abbiamo ascoltato, vorrei entrasse in ogni molecola della nostra consapevolezza: ridestiamo la nostra italianità, quella più seducente che l’intero mondo ci invidia, fatta della nostra storia, cultura, dei nostri talenti.  Alziamo anche noi lo sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti, che è molto, unico e prezioso.  Nei momenti bui, di crisi e di scoraggiamento, di pandemia, di corruzione e abuso di potere, restiamo anche noi fedeli a quello che l’umanità ci ha lasciato nel tempo, alla forza della speranza, che non potrà mai morire. Perché ci sarà sempre luce, finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla, finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.

IL TESTO COMPLETO DELLA POESIA, TRADOTTO IN ITALIANO

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?

La perdita che portiamo sulle spalle è un mare che dobbiamo guadare.

Noi abbiamo sfidato la pancia della bestia.

Noi abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace,

e le norme e le nozioni di quel che «semplicemente» è non sono sempre giustizia.

Eppure, l’alba è nostra, prima ancora che ci sia dato accorgersene.

In qualche modo, ce l’abbiamo fatta.

In qualche modo, abbiamo resistito e siamo stati testimoni di come questa nazione non sia rotta,

ma, semplicemente, incompiuta.

Noi, gli eredi di un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente dagli schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro.

Certo, siamo lontani dall’essere raffinati, puri,

ma ciò non significa che il nostro impegno sia teso a formare un’unione perfetta.

Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo.

(Ci stiamo sforzando) di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale.

E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti.

Colmiamo il divario, perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.

Abbandoniamo le braccia ai fianchi così da poterci sfiorare l’uno con l’altro.

Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.

Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero:

Che anche nel lutto, possiamo crescere.

Che nel dolore, possiamo trovare speranza.

Che nella stanchezza, avremo la consapevolezza di averci provato.

Che saremo legati per l’eternità, l’uno all’altro, vittoriosi.

Non perché ci saremo liberati della sconfitta, ma perché non dovremo più essere testimoni di divisioni.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e lì non essere spaventato.

Se vorremo essere all’altezza del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama di un’arma, ma nei ponti che avremo costruito.

Questa è la promessa con la quale arrivare in una radura, questa è la collina da scalare, se avremo il coraggio di farlo.  

Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo.

È il passato in cui entriamo ed è il modo in cui lo ripariamo.

Abbiamo visto una forza che avrebbe scosso il nostro Paese anziché tenerlo insieme.

Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia.

Questo sforzo è quasi riuscito.

Ma se può essere periodicamente rinviata,

la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta.

In questa verità, in questa fede, noi crediamo,

Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi.

Questa è l’era della redenzione.

Ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo temuto l’inizio.

Non eravamo pronti ad essere gli eredi di un lascito tanto orribile,

Ma, all’interno di questo orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi.

Una volta ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”. Oggi ci chiediamo: “Come può la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere:

Un Paese che sia ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero.

Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione.

I nostri errori diventerebbero i loro errori.

E una cosa è certa:

Se useremo la misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto, allora l’amore sarà il nostro solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli.

Perciò, fateci vivere in un Paese che sia migliore di quello che abbiamo lasciato.

Con ogni respiro di cui il mio petto martellato in bronzo sia capace, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.

Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.

Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati, per primi, fecero la rivoluzione.

Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.

Risorgeremo dal Sud baciato dal sole.

Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.

In ogni nicchia nota della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,

La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, malconcia eppure stupenda.

Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.

Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.

Perché ci sarà sempre luce,

Finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla.

Finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.