La parola ha il suo peso. Omaggio al maestro Camilleri

Parlare di Andrea Camilleri non è semplice. Un intellettuale come lui non può essere sintetizzato in poche righe di elogio o di commiato. Il ricordo limpido della sua persona, mi riporta, però, indietro negli anni, a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, dove ogni estate si celebrava il Premio letterario Cesare Pavese, in cui ho avuto la fortuna di lavorare per diverso tempo. Nel 2009 toccò anche al maestro siciliano ricevere questo riconoscimento, che lo accolse con la sua consueta forma: con naturale compostezza ed eleganza, quella che reputo propria dei sapienti. In tale circostanza, come in tante altre occasioni successive, Camilleri ci regalò un breve intervento, pieno di insegnamenti sul valore della parola verbale e scritta, che vorrei ricordare in queste linee. Perché Camilleri è questo: l’uso esatto della parola. Ma cosa vuol dire in concreto? Quello che Andrea Camilleri ci ha insegnato è che le parole tutte possiedono una bellezza innata nella loro musicalità, persino e soprattutto quando si parla in dialetto. Il saperle usare con quella stessa grazia e raffinatezza assume un peso, ancora oggi, sempre più necessario. Molto spesso si è disquisito intorno alla lingua usata dallo stesso scrittore nei suoi romanzi, specie quelli in cui il protagonista è il noto commissario di Vigata. Camilleri stesso è dovuto più volte intervenire a spiegare che non si tratta di mere trascrizioni dal dialetto, ma piuttosto di un’operazione filologicamente complessa che riguarda il recupero non solo di elementi lessicali, ma di sostanze del significato che, altrimenti, non sarebbero esprimibili. Una scelta linguistica che, quindi, arricchisce il vocabolario di chi la sa usare, portandoci a una considerazione ben più ampia, che abbraccia il senso stesso della nostra identità culturale. Abbiamo fatto la guerra ai dialetti, per parlare e scrivere in una lingua “corretta”, dimenticando che i dialetti sono la forza per salvaguardare la lingua. Il nostro linguaggio nazionale affonda le proprie radici in tutta l’Italia: dal paesino del Trentino Alto Adige ai borghi della Sicilia, possediamo una tradizione letteraria e linguistica fortissima, che merita una maggiore attenzione.
Perché è così che le parole diventavano lingua, dalla periferia al centro. Se da un lato, l’uso consapevole del dialetto ci conduce, quindi, alla tutela della propria lingua madre, dall’altro comporta un doveroso e sapiente abbandono del provincialismo. Un ulteriore arricchimento. «Se si parla con il cuore si parla in dialetto» – diceva Andrea Camilleri, a testimonianza che le parole hanno un peso non solo linguistico, ma sociale e culturale. Un’affascinante camurrìa, per dirla alla Montalbano, O – se vogliamo commentarlo con un’espressione molisana – pe’ la Majella! Grazie maestro Camilleri.

Sabrina Lembo

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