La parabola del padre misericordioso

La parabola del padre misericordioso è una delle più belle pagine del Vangelo di Luca, anzi dell’intera Bibbia. La trama del racconto esplicita l’amore invincibile che Dio ha per i suoi figli. Ma non solo: queste righe ci rivelano perché il perdono sia così necessario alla salvezza. Solo condividendo i sentimenti del padre si riesce a gioire pienamente la gioia di essere suoi figli. Il non perdono ci esilia dalla festa del cielo

+In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».+

Una delle categorie teologiche più messe in risalto da Luca, e comunque mai ignorata negli altri vangeli, ha portato un grande cambiamento nel modo che l’uomo aveva di concepire Dio. Stiamo alludendo a quello che è il tema più evidente di questo celebre brano evangelico: la smisurata misericordia del Padre. Essa è talmente vasta e insondabile da apparire alla nostra razionalità esagerata e controproducente. Porgere l’altra guancia, pregare per i nemici, non resistere al malvagio, tutti concetti che ai più, compresi i credenti, appaiono come astratti, ingenui, utopici. Se questo è vero per noi, cristiani del terzo millennio, quanto ancora più inconcepibile doveva apparire l’atteggiamento promosso da Gesù ai suoi tempi. Sappiamo bene che egli spalancava  le porte anche ai peccatori pubblici, ritenuti irrecuperabili o, addirittura, meritevoli di morte.

+Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.+

Questa parabola, forse più di tutte le altre, sa darci un preciso identikit di Dio Padre. Essa ha tre personaggi principali: Il padre (che Gesù identifica con Dio), Il figlio maggiore (il popolo eletto), il figlio minore (i gentili, i peccatori, gli esclusi). Da subito possiamo notare la sconcertante liberalità di questo papà, talmente innamorato e rispettoso della volontà dei suoi figli, da concedergli totale libertà. Il suo amore non è dunque possessivo e geloso, non tratta i figli come proprietà privata e riconosce loro la pienezza di ogni diritto. Non è un padre padrone, come la gran parte dei capi famiglia di quell’epoca. Questo uomo è talmente fedele alle sue scelte da farlo sembrare perfino sconsiderato. Ma in cosa consiste l’eredità citata nella parabola? L’ipotesi più probabile, a mio avviso, è che sia la vita stessa. Questa è la ricchezza che ci è affidata; siamo noi a scegliere come “spenderla”, nel bene o nel male, dentro o fuori la casa del Padre.

+Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.+

Che succede se investiamo male la vita che ci è concessa? Dio non ha voluto affidare a noi la Rivelazione per tormentarci con assurdi divieti, ma perchè potessimo prosperare e realizzarci, essere felici. Un sentiero esistenziale che possiamo percorrere solo alla luce dell’insegnamento di Cristo, Via, Verità e Vita. Non sembra questa però l’opzione che il figlio “più giovane” sembra aver scelto. Egli credeva di trovare gioia e serenità inseguendo le chimere di una falsa felicità che si fonda sulla creazione ed il soddisfacimento di bisogni fittizi, i quali, restano incapaci di soddisfare le nostre vere e più profonde necessità. L’ebrezza dei paradisi artificiali, una sessualità fine a se stessa, il potere, il denaro, il successo… Cosa produce una vita spesa per questi “beni”? A caro prezzo lo scopre il figlio minore quando apre gli occhi sulla sua condizione reale. Capisce di vivere una vita immonda poichè si trova a essere schiavo; infatti non fa i suoi interessi, ma quelli di un despota che approfitta della sua miseria. Egli finisce fra i porci, gli animali impuri per eccellenza nella mentalità semita. Sapendo questo possiamo ben immaginare quanto doveva essere disgraziata la situazione raffigurata da Gesù. Il figlio perduto, oltre ad aver perso la sua dignità, è anche tormentato dalla fame, ma proprio quella condizione in cui ha liberamente scelto di vivere, che lo vincola a ciò che è impuro e squalificante, non gli permette di saziarsi, ovvero: soddisfare le sue vere necessità esistenziali.

+Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.+

Potrebbe sembrare che questo figlio prodigo non abbia alcuna virtù, ma non è così. Innanzitutto egli confida nella misericordia del padre e questo dimostra che possiede una conoscenza autentica della sua persona, anche se sottostimata. Ha, inoltre, una grande umiltà perchè accetta l’eventualità di umiliarsi davanti alla sua famiglia e di essere considerato l’ultimo garzone di casa. infatti, anche il posto più infimo della casa paterna, è superiore alla più rosea delle aspettative che può sperare di realizzare nell’attuale contesto in cui vive. Così il figlio prodigo diventa figlio saggio, si alza (movimento che rimanda alla resurrezione) e prende distanza dalla sua condizone di peccato per andare verso il padre e chiedere perdono.

+Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.+

Il Padre vede nel segreto del nostro cuore. Appena uno spiraglio di disponibilità si apre nei suoi confronti egli agisce per redimerci, ci corre incontro e ci abbraccia. Sant’Agostino diceva: “Il Dio che ti ha creato senza di te non può salvarti senza di te”. Mirabile sintesi. Affermando di non avere più diritto a essere considerato suo figlio, questi consegna interamente la sua sorte nelle mani del padre affidandosi a lui senza riserve. Egli non giustifica i suoi errori, anzi dichiara la sua totale colpevolezza e di non avere più nessun diritto.

+Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.+

Vale la pena soffermarsi su questi dettagli, ovvero i tre doni del Padre: la veste battesimale: segno del nostro essere nuove creature, libere dalla colpa originale. L’anello simbolo della riacquistata dignità filiale e della sua posizione autorevole nella casa del padre. I sandali: anticamente usati solo per i lunghi viaggi, indicano la libertà incondizionata di cui il figlio continua a godere, anche dopo l’errore commesso.

+Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.+

La festa che questo padre prepara ha dimensioni cittadine, se pensiamo a quanto sia grande un vitello, possiamo ben immaginare che gli invitati dovevano essere centinaia. Si tratta dunque di evento pubblico per cui tutti devono gioire.

+Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare.+

Il Figlio maggiore, dai tempi dei padri della chiesa, rappresenta il popolo fedele, che resiste alle tentazioni della falsa felicità e resta nella Grazia del Padre. In questo caso però si tratta di una fedeltà apparente. Il privilegio di essere i “maggiori” non sta nell’esclusività, ma piuttosto nella responsabilità di servire il progetto di salvezza del Padre, cosa che i nemici di Gesù non avevano capito. È chiaro che il cuore di questo figlio non è conforme a quello del papà, non gli sta a cuore il bene del fratello e non accetta l’amore che il padre ha verso il figlio minore. Questo gli impedisce di partecipare alla festa e lo fa restare fuori. Il non perdono ci condanna ancor di più del peccato stesso!

+Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».+

È Dio a mandarci all’inferno? O siamo piuttosto noi a preferirlo al Cielo? Da questo brano sembra maggiormente plausibile la seconda ipotesi. Il Padre stesso esce fuori, prega il figlio perchè gioisca con lui assieme a tutti gli invitati, ma questi non vuole ascoltare e si ostina ad attribuire un atto ingiusto a quell’uomo pieno di misericordia. Alla possibilità di vedere suo fratello redento e felice, preferisce quella di saperlo punito e umiliato, come può chi prova questo entrare nella beatitudine eterna?

Felice domenica

Fra Umberto Panipucci