La pandemia vista con gli occhi della Generazione Z

di Adriano Parmentola e Matteo Sulmona

In una regione in cui per ogni 100 ragazzi ci sono 226 anziani, la vita dei ragazzi risulta complicata soprattutto in questo anno di pandemia, a partire dal bassissimo interesse che viene rivolto alle innovazioni tecnologiche fino alla quasi assenza di luoghi di svago per i giovani, in un periodo di del genere ognuno di noi è stato spinto a chiedersi: ” Cosa ho fatto fino ad adesso? Ho vissuto una bella vita fino ad adesso?”.

La risposta rimane aperta e tocca ad ognuno di noi riflettere sul passato e sul presente per migliorare il futuro.

Come nell’incipit del famoso discorso di Martin Luther King davanti al mare di folla a Washington: “Io ho un sogno”. Sogno di svegliarmi un giorno scoprendo che la pandemia sia stata magicamente debellata nella notte e che sia stata nominata una commissione di menti erudite che nei 10 anni successivi sovraintenderà tutti i lavori sulle infrastrutture, avendo imparato molto dalla pandemia. Ma bisogna imparare a trovare il positivo in ogni cosa, e nella pandemia c’è un aspetto importante, sottovalutato, da prendere in considerazione: il valore del tempo.

Grazie ad esso abbiamo scoperto quanto sia fondamentale soprattutto per la generazione z studiare, impegnarsi nella rivalutazione del proprio territorio e cercare di migliorarlo. Imparando proprio dalle sventure si può migliorare. In un periodo in cui la sofferenza, il distacco fisico dalle persone, lo stravolgimento della quotidianità, ci siamo tutti accorti di come di punto in bianco la vita possa perdere un senso, ma in poco tempo abbiamo deciso di rialzarci e combattere per portare avanti i nostri sogni e restaurare la sacrosanta normalità.

Dal punto di vista di un diciassettenne, sulla linea di partenza per la maggiore età, il Covid-19 si è presentato come un gigantesco bullo che cerca di bloccare la strada, rinviando gli esami, rinviando festeggiamenti e portando le gioie della vita all’anno successivo. I giovani sono stati spesso, ingiustamente additati come veicolo di infezione, criticati, definiti svogliati, apatici che trascorrono ore ed ore davanti ad un pc, senza pensare ai risvolti negativi che la pandemia ha causato proprio a chi si trova a vivere i migliori anni della propria vita “con le mani legate”. Ma non si può giudicare ciò che non si conosce, ciò che non si comprende…

E se da un lato ci sono i giovani fannulloni ma tecnologici, caparbi e con tanto ancora da imparare, dall’altro ci sono adulti tuttologi con laurea ad honorem presa in un gruppo Facebook che spesso vedono uno smartphone come un pezzo di ferro da toccare per chiamare o chattare, che invece per i ragazzi è stato ed è tutt’ora un ‘universo parallelo nel quale addentrarsi per scappare dalla solitudine delle giornate in casa. Una sorta di portale interdimensionale al quale si accede semplicemente sbloccando quella mattonella che si illumina, che i luminari chiamano “lu aifones” (ovvero un mix di 4 lingue maccheroniche che l’esperanto in confronto è un dialetto di basso valore etimologico).

Siamo oramai certi dell’importanza della socializzazione soprattutto per i giovani, fondamentale per la crescita e per l’apprendimento e a causa del “nostro amico virus” è risultato palese quanto fossimo indietro, come regione dal punto di vista informatico, senza pensare alle ripercussioni di questa arretratezza sia in termini economici per la regione stessa sia in termini di qualità di vita per la popolazione generale.

Per quanto riguarda la scuola infatti, in una situazione così eccezionale come quella odierna, c’è stato il bisogno di attivare la modalità di didattica a distanza, anche detta dad, una modalità smart che forse ha reso felici gli amanti della tecnologia, ma un po’ meno altri.

Una modalità di scuola che sicuramente non potrà sostituire la classica lezione in presenza, in cui docenti e studenti non comunicano solo con le parole, con video, con i libri, con qualsiasi strumento tecnologico, ma soprattutto con gli sguardi, con l’incontro, che qualche volta è uno scontro; una modalità di scuola oramai introdotta bruscamente quasi un anno fa.

Ma dopo quasi un anno di alternanza di scuola in presenza e scuola in dad, cosa pensano i ragazzi?                

“La dad è un’ottima alternativa per la scuola in presenza, soprattutto per una situazione come quella causata dalla pandemia, ma non può sostituire definitivamente la scuola in presenza. Da un lato noi studenti siamo avvantaggiati, ma a me mancano le vecchie e classiche lezioni a scuola, mi mancano soprattutto i momenti che trascorrevo con i miei compagni, quindi sì la dad per ora è un’ottima alternativa ma spero di tornare in presenza il prima possibile, chiaramente solo se la sicurezza di tutti è garantita”. La pensa così Nicola, studente del liceo scientifico di Campobasso. La sua opinione è un po’ la voce di tutti i liceali intervistati, favorevoli quindi alla dad, ma solo momentaneamente, augurandosi di poter tornare presto, sicurezza permettendo tra i banchi di scuola.