La nostra Stalingrado e la massima di Confucio

GENNARO VENTRESCA

Per qualcuno la squadra rossoblù è la nostra Stalingrado, nel senso che per questa metaforica città ci battiamo l’uno contro l’altro. Ma sono balle, in fondo viviamo appiccicati gli uni agli altri. E anche dopo avercele dette di tutti i colori, ritrovandoci a Selva Piana, ci abbracciamo per un gol di Cogliati. Si critica e si scarnifica il soggetto (leggi Cudini). Solo che quando si vince il popolo adorante non sopporta rilievi di sorta. Dimenticando i suoi precedenti sermoni.

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Qualche volta ce la prendiamo anche con innocenti ragazzotti che sognavano di arrivare chissà dove, ma che ancora incespicano in una margherita, per mancanza dei fondamentali. Gli under andrebbero tutelati dai critici. Con un avvertimento: prima di mandarli in campo bisognerebbe essere più prudenti. Non si lasciano acerbi minorenni a scorrazzare sui prati, naturali o sintetici. Per non correre il rischio di creare degli uomini perduti.

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Mi svelava, qualche sera fa in tv, lo smaliziato Massimo Barometro che durante gli allenamenti non c’è il tempo di “insegnare” attraverso lezioni particolareggiate. Forse sta proprio qui la differenza tra l’Atalanta e le altre. Viene da pensare che il club nerazzurro, col suo apprezzatissimo settore giovanile riesce a fare, con una rete di tecnici, autentici miracoli. Partendo da un talent scout dalla vista lunga capace di scritturare i ragazzi più bravi, con elevate potenzialità di crescita.

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A differenza di altri coetanei che hanno due gambette povere di muscoli il nostro Antonio Martino di Santa Croce di Magliano, conterraneo di Vincenzino Cosco, mi sembra ben piantato.

Il terzino, sull’abbrivio delle due prove in cui l’ho visto all’opera, s’inocula i calci d’angolo come un mestiere che diverte e che persino esalta quando riesce. Non so se il giovane difensore avrà sentito parlare di Confucio, filosofo cinese nato circa 500 anni prima di Cristo. Il quale asseriva: chi sceglie un mestiere che gli piace andrà avanti senza accorgersi di aver lavorato.

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Si dirà che il calcio più che un mestiere è un gioco. Non a caso i bambini il primo regalo che ricevono è un pallone. Per farli divertire, non certo per insegnargli un mestiere. Molto ci sarebbe da discutere sui calci d’angolo. C’è chi li considera un lavoro, mentre i più solo uno svago che, almeno per i più bravi, produce autentica ricchezza. E non penso solo all’aereo di Cristiano Ronaldo, ma anche alla pelliccia  e alla Porche di Claudio Capogna, uno con la testa alla Balotelli.

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Psicolabili e contraddittori come siamo, per solito vogliamo che i nostri beniamini si odino, perchè anche noi preferiamo odiare: è più agevole, dà più brucianti soddisfazioni. Odiare, calcisticamente parlando, sta nella rivalità tra due club rivali. Come nei derby. Forse per questo si presenta al momento giusto quello di domenica all’Aragona, col Vasto. Essendo venuto meno il Termoli abbiamo messo nel mirino i cuginastri. Ovviamente riferendoci solo al pallone. Ci mancherebbe altro. Avessimo noi quel mare, il romantico centro storico e la distesa d’azzurro che si gode dal magico camminamento, sino a incontrare con lo sguardo il Castello Svevo.

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Le ricorrenti vittorie fanno bene. Siamo arrivati a 12 risultati utili in processione. Con tre rimpianti: Cattolica, Fiuggi e Avezzano. Avessimo mantenuta alta la concentrazione avremmo fatto addirittura meglio della spaziale Lazio di Lotito che sta mietendo successi, senza avere i milioni della Signora e delle milanesi che sono andati a prenderli in Cina per sperperarli per acquisti spesso insensati. V

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