“La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah”: recensione

di Aldo Putalivo

“La memoria rende liberi” è una preziosa testimonianza della Shoah e dell’Olocausto, testimonianza di Liliana Segre, sopravvissuta ad Aushwitz e nominata nel 2018 senatrice a vita “per altissimi meriti nel campo sociale”, per il suo impegno nel divulgare e far conoscere la sua esperienza. Il libro è stato scritto in collaborazione con il giornalista Enrico Mentana che ne firma anche l’introduzione. E’ un libro autobiografico, scritto in modo chiaro e scorrevole.

La storia di Liliana Segre è raccontata in prima persona, e attraversa  tre fasi della sua vita: prima della deportazione, la prigionia e infine il lento ritorno alla normalità. Il suo racconto quindi va oltre gli orrori del campo di concentramento, si allunga sui giorni della liberazione, sui mesi trascorsi con gli americani , sul viaggio di ritorno in Italia fino ai giorni d’oggi.

Liliana nasce in una famiglia di ebrei laici: nel 1938 quando ha  otto anni,  tutto cambia. Per lei essere ebrea, fino a quella data significa semplicemente non partecipare all’ora di religione, non frequenta la sinagoga e a casa sua si mangia carne senza alcuna limitazione. Liliana vive con il padre Alberto ed i nonni paterni. La mamma di Liliana, infatti, è deceduta giovanissima, quando la figlia non aveva neppure un anno, a causa di un terribile tumore. Da allora è il padre Alberto a prendersi cura di lei, con dolcezza e premura. Nel 1938 però essere ebrei comincia ad assumere tutto un altro significato per la famiglia Segre. E Liliana lo capisce subito. Lo capisce quando, alla fine dell’estate, mentre passano qualche giorno di vacanza in una casa presa in affitto sul Lago Maggiore, lei e i suoi familiari sentono per radio la comunicazione che gli ebrei sarebbero stati oggetto di una serie di restrizioni. Liliana non può più andare a scuola. Lei, che ha molte amiche; lei che, senza mamma, trova conforto e si diverte a scuola viene espulsa dal suo mondo. Liliana crede di aver fatto qualcosa di male; la notizia la sconvolge. Il padre, con la sua consueta tenerezza, le spiega che non è colpa sua, che tutti gli ebrei verranno espulsi dal proprio mondo. Vengono emanate le leggi razziali, che privano inesorabilmente gli ebrei di tutti i loro diritti e danno inizio all’orrore. A poco a poco tutto il suo mondo si sgretola, è costretta a nascondersi e a fuggire. Dopo un tentativo di fuga verso la Svizzera e un periodo di carcerazione a San Vittore a 13 anni deve partire dal famigerato binario 21 della stazione di Milano verso il lager di Aushwitz, dove arriva il 6 febbraio. Qui viene separata dal padre che non avrebbe più rivisto. A 13 anni si ritrova completamente sola a vivere gli orrori della guerra ma soprattutto dei campi di concentramento nazisti: inizia un percorso di schiavitù, deve imparare a cavarsela da sola e si trova ridotta a un numero, come lei stessa dice annullata, inaridita, dominata solo da un istinto di sopravvivenza.  Sopravvissuta ad Aushwitz, con la ritirata dei tedeschi affronta la terribile marcia della morte e finalmente mentre si trovava a Malchow arriva la liberazione dalle forze militari americane. E’ con la liberazione che inizia la parte più difficile della vita di Liliana. Dal lager ritorna sola, ragazzina orfana tra le macerie di una Milano appena uscita dalla guerra. E qui si trova ad affrontare il rientro nel mondo normale, un mondo che non ha nessuna voglia di ricordare il recente passato né di ascoltarla. Liliana si ritrova a vivere anni terribili: diventa grassa, il suo umore è sempre cupo, si comporta in modo ribelle fino a quando decide di riprendere gli studi e a 18 anni incontra Alfredo, l’uomo che poi sarebbe diventato il compagno di tutta la vita e il padre dei suoi tre figli. Per tanti anni Liliana non parla della sua esperienza, vive un periodo di profonda solitudine, chiusa in se stessa, si sforza di dimenticare i ricordi, “si impone il silenzio” Solo dopo una grave forma di depressione ed essere diventata nonna, dopo trenta anni di silenzio,  si rende conto che come testimone di eventi che ha visto con i suoi occhi ha la responsabilità diretta di tramandare la sua storia, decide perciò di condividere il suo passato e di testimoniare gli orrori dell’olocausto rivolgendosi soprattutto ai giovani, ai ragazzi nelle scuole.

Racconto coinvolgente ed  emozionante su uno dei periodi più tragici della storia. Un libro che tutti dovrebbero leggere perché   “ Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino contro  l’indifferenza”, quell’indifferenza che per Liliana è la spiegazione a tutto l’orrore accaduto: “Tutto comincia da quella parola. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all’ombra di quella parola”. Proprio perché non vi sia indifferenza, non dobbiamo chiudere gli occhi e dobbiamo farci portatori della storia di Liliana Segre, le sue parole devono essere per tutti noi lezione di vita.