La ferocia della guerra e le speranze di pace tradite

GIUSEPPE CAROZZA

Ancora una volta, volenti o nolenti verrebbe da dire, la nostra riflessione non può che tornare alla guerra che, già da fin troppi giorni, si sta combattendo e consumando a nemmeno troppe migliaia di chilometri dalla nostra penisola e dal nostro stesso piccolo Molise. Ora però il nostro presente contributo intende prendere il proprio incipit da un elemento solo in apparenza distante dal tema in questione: intendiamo riferirci a quella sorta di intima ferocia dell’uomo che i poeti vedono e la storia ripropone. A tale proposito all’inizio degli anni 30 del Novecento, Salvatore Quasimodo scriveva poesie di questo tipo: <<Avara pena, tarda il tuo dono / in questa mia ora / di sospirati abbandoni. // Un òboe gelido risillaba / gioia di foglie perenni, / non mie, e smemora…>>. Questi versi sono tratti da un testo intitolato “Oboe sommerso”, che è considerato uno dei manifesti dell’Ermetismo: da allora i critici ancora si interrogano sul loro significato. Poi ci fu la guerra, la Seconda guerra mondiale. All’indomani di quel conflitto che tanto era costato in termini di distruzione materiale e annientamento di vite umane, il futuro Nobel per la letteratura componeva una poesia come “Uomo del mio tempo”: <<Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo>>. Il trauma – storico e umano – della guerra e il drammatico spettacolo delle terribili sofferenze dei popoli avevano profondamente cambiato Quasimodo e, di conseguenza, la sua poetica. Quella poesia oscura, chiusa, concentrata su se stessa, “ermetica” appunto, si apriva alla realtà con tutta la sua urgenza. L’autore pronunciava un duro atto di accusa contro la ferocia degli uomini: <<T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta>>.

Sono versi che sono venuti in mente a tanti ed anche a me, in questi giorni, in queste settimane, di fronte a scene che mai avremmo pensato di rivedere così vicino a noi. Quasi che la guerra, le guerre riguardassero popoli e nazioni lontane. E anche su questo dovremmo fare un serio esame di coscienza: su come la distanza generi troppo spesso colpevole indifferenza. Ora constatiamo ancora una volta che c’è un buio profondo nel cuore dell’uomo, tenebre che nulla sembra poter squarciare, neppure la luce del Risorto che in queste settimane del tempo di Pasqua i cristiani celebrano più intensamente. Tale sgomento è stato interpretato con parole dolenti dal nostro papa Francesco: <<Troppo sangue abbiamo visto, troppa violenza. Anche i nostri cuori si sono riempiti di paura e di angoscia, mentre tanti nostri fratelli e sorelle si sono dovuti chiudere dentro per difendersi dalle bombe>>.

C’è qualcosa di ferino, bestiale, disumano nella guerra, in ogni guerra. Ci eravamo illusi che eventi simili ci saremmo limitati a studiarli sui libri di storia. Invece ecco il fragore delle armi bussare alla porta. In chi ha deciso, e decide, per la guerra c’è un cupio dissolvi, una pulsione di morte difficilmente spiegabile sul piano razionale. Quasimodo non solo avvertiva l’umano orrore della guerra, ma intravedeva nella scienza e nelle invenzioni moderne (per esempio gli ordigni nucleari) il riproporsi della crudeltà animale dell’uomo primitivo, a partire dalla barbara uccisione, da parte di Caino, del fratello Abele. La voce dell’omicida riecheggia ancora nell’uomo di oggi: <<E questo sangue odora come nel giorno / quando il fratello disse all’altro fratello: / “Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace, / è giunta fino a te, dentro la tua giornata>>. Tutto questo nonostante le parvenze di civiltà, che però non sono in grado di mascherare l’ignominiosa, intima ferocia dell’essere umano, la quale tende continuamente a riemergere nel corso delle vicende storiche. Il poeta lo aveva visto nella Seconda guerra mondiale, come noi oggi – purtroppo – lo vediamo da vicino in Ucraina. Negli ultimi versi di quel testo c’è però un’apostrofe, una invocazione, ai figli, vale a dire alle nuove generazioni, che sembra indicare che il poeta intraveda un barlume di speranza, cioè che l’essere umano possa invertire la rotta, abbandonando finalmente l’esempio negativo dei padri assassini ed omicidi: <<Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue / salite dalla terra, dimenticate i padri>>. Era il 1947. Altre guerre, purtroppo, ci sarebbero state, ma anche nuove speranze di pace. Come quelle dei giovani che negli anni Sessanta cantavano con Joan Baez <<We shall overcome, / we shall live in peace>>: <<Ce la faremo, vivremo in pace>>.

In quegli stessi anni, d’altra parte, Francesco Guccini in una delle sue canzoni più intense, “Auschwitz”, si poneva un pressante interrogativo: <<Io chiedo come può un uomo / uccidere un suo fratello. / Eppure siamo a milioni / in polvere qui nel vento>>. E ancora: <<Io chiedo quando sarà / che l’uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare / e il vento si poserà>>. Invece, a distanza di tanto tempo, quelle domande ancora fluttuano nel vento, rimanendo senza risposte e, cosa ancora più grave ed angosciante, lasciando forse indifferenti molti di coloro per i quali ì, probabilmente, la pace continua a rimanere solo un argomento da salotto o, ben che vada, finisce per identificarsi unicamente in una indistinta assenza di conflitti a livello geopolitico. Che poi i cuori degli uomini siano in perenne conflitto fra di loro, beh quella è un’altra storia: interesserà magari solo i poeti o i nostalgici.