La differenza tra Gesuè e Molinari

GENNARO VENTRESCA

Il personaggio è di quelli che ti incuriosiscono, ti ispirano fiducia a prima botta e ti invogliano a sedere davanti a un camino: pane casereccio, formaggio di pecora, castagne e un bicchierotto di quello buono per accompagnare le storie da raccontare. Occupa una poltrona virtuale, anche se non si muove foglia che lui non voglia. Una poltrona che gli si addice, vista la scarsa voglia di apparire.

Questo è in sintesi Mario Gesuè, stando almeno a quel po’ che mi è dato di conoscerlo.

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Ricordate Carducci? La mia Titti né si veste e né si nutre di bacche. E così Alessandro e così Musetti e così via via, nominandoli tutti e ventidue, i rossoblù. Punta a un obiettivo il patron con la valigia sempre pronta, rimettere a posto tutti i guasti del passato e gettare le basi per un futuro da leccarsi i baffi. E’ un obiettivo al quale dovrebbero tendere e con convinzione le istituzioni, dal Comune alla Regione, non fosse altro perchè il Campobasso rappresenta il motore trainante di tutto lo sport molisano.

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Ma qui si intende parlare agli sportivi e ai tifosi più  che ai politici. E non per diffidenza verso questi ultimi, che pure esiste, ma perchè la squadra è patrimonio dei cuori rossoblù. Non è quello in corso un campionato sfolgorante, tutto fuochi d’artificio e risposte entusiasmanti, ma la squadra va riprendendosi e può puntare a un più che onorevole piazzamento. Se Sparta piange, Atene non ride. Se cioè, i ragazzi di Cudini guardano  le prime allungando il collo all’insù, hanno alle spalle squadre come Chieti e Vasto che sono costante bei soldini.

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Il Campobasso può continuare a fare bene e meglio anche nella misura in cui i suoi affezionati torneranno a fargli sentire la loro passione. Abbandonarlo equivarrebbe a volere un pallone sgonfiato: e sgonfiato chissà per quanti altri anni ancora. Vorrei ricordare che dopo il generoso tentativo di Edoardo Falcione, coloro che avrebbero dovuto subentrargli se la sono eroicamente data a gambe. A mani nude provò a evitare di andare a fondo il coraggioso (o incosciente?) Giulio Perrucci. Lasciando spalancate le porte ai lanzichenecchi.

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Gesuè non è Molinari. In nessun senso. Al patron voglio far sapere che il suo lontano predecessore aveva al seguito un codazzo imperiale. I cortigiani crescevano di giorno in giorno. Si facevano trovare al mattino già per il cappuccino al bar del Roxy, poi si spostavano al Centrale per l’aperitivo e la sera bazzicavano in sede, prima della cena da Mario. In cui non si contavano i brindisi e i “Tonì sei un grande”, “Tonì, come te non c’è nessuno”, arrivando addirittura a “Tonì sei bello”. Tonino, per spiegarmi meglio, era tutt’altro che bello, ma per i suoi “laudator” era lo stesso.                                                                                   ***
Gesuè è sceso dal varesotto sino al Molise, non certo per dispensare danaro. Dichiaratamente sta in mezzo a noi per produrre plusvalenze per il fondo svizzero per cui lavora. Con tutti i rischi che nascondono i calci d’angolo. A guidarlo non sono certo le emozioni, ma solo il ragionamento. Non a caso, di recente, l’ho paragonato a Renato Cartesio, filosofo e matematico francese, fondatore della matematica e della filosofia moderna. Il cui motto è stato: “Penso, dunque sono”.