La chiesa di San Mercurio a Campobasso, il più antico luogo di culto alle falde del Monforte

di Paolo Giordano

La chiesetta di San Mercurio è uno di quei luoghi quasi misteriosi di cui si è sempre sentito parlare, ma che pochi conoscono. Ci si riferisce chiaramente “ai campobassani di ieri”, poiché le nuove generazioni, quelle nate e cresciute lontano dal Monforte, ignorano troppo (se non tutto) di ciò che riguarda il borgo antico.

La chiesa dedicata al generale romano Mercurio, battezzato con il nome di Filopatròs (che ama il padre), sorge nell’omonimo rione di origine medioevale, a ridosso di quello di Sant’Antonio Abate, però intra moenia, in una di quelle zone oggi poco frequentate, ma un tempo pullulanti di vita e che circa un mezzo secolo fa furono abbandonate dai residenti, molti dei quali trasferitisi nelle più confortevoli abitazioni dell’avveniristico CEP.

Chi per scelta o per caso si avventura nelle viuzze del quartiere, dopo un breve girovagare, scopre una piccolissima silenziosa piazza, delimitata, sul fondo, dalla chiesa di San Mercurio.

Indipendentemente dalla stagione, dall’ora o dalla situazione atmosferica il luogo trasmette una sensazione di profonda quiete, un senso di serenità che travalica tempo e spazio.

Tolte le antiche chiese arroccate sulla sommità del Monte, sottoposte però nel tempo a rifacimenti, San Mercurio è sicuramente il più antico edificio sacro della Città, se non per fondazione, di sicuro per le sue architetture.

Il culto di Mercurio, Giorgio, e Michele, a cui i nostri avi erano devoti, denota l’origine longobarda della città. Santi Guerrieri che costituivano un riadattamento degli antichi dei pagani alla nuova fede cristiana. Ne è ulteriore conferma il rinvenimento, in data 16 settembre 1713, di una pergamena in scrittura longobarda, che attestava la consacrazione dell’altare. Inoltre la presenza di chiese dedicate a Mercurio e Bartolomeo, testimoniano il forte legame della chiesa locale con quella Beneventana, dove ancor oggi i due martiri sono profondamente venerati.

Mercurio era un generale romano che non esitò ad autodenunciarsi quando gli imperatori Decio (249-250) e Valeriano (253-260) pubblicarono un editto di persecuzione verso i cristiani. Torturato, e risanato da un Angelo, venne martirizzato in Cappadocia, patria d’origine. La sua festa cade il 25 novembre. A san Mercurio, giustiziere divino, sarebbe appartenuto il giavellotto che in combattimento, circa 100 anni più tardi, uccise Giuliano l’Apostata: l’imperatore che, allontanatosi dal cristianesimo, aveva tentato di restaurare i culti pagani.

Le parrocchie cittadine di Mercurio e Michele, indipendenti fino al 1600, furono accorpate per essere poi trasferite (1829) nella chiesa di Sant’Antonio Abate, senza però -ironia della sorte- includere il santo titolare: infatti oggi la denominazione corretta di tale parrocchia è “Santi Angelo e Mercurio”.

Non più sede di funzioni religiose divenne deposito per la conservazione di alcuni dei Misteri del Di Zinno.

Negli anni 60, per ragioni di sicurezza, le mura perimetrali dell’edificio furono abbattute accatastando i detriti all’interno della costruzione stessa che presto divenne un’autentica discarica ed al suo interno crebbe rigoglioso un fico. Accanto al luogo di culto vero e proprio sorge un cappellone quadrangolare, con volta a crociera che, grazie alla maestria della sua realizzazione, ha continuato a resistere alle sfide del tempo. Esso, appartenuto alla all’antica e munifica famiglia Vaglia, è stato destinato ad altri usi (non ultimo quello di officina) ed è ancora proprietà di privati e quindi lungi dall’essere restauro e studiato.

Le rovine del tempietto furono donate dalla Chiesa allo Stato e negli anni 80 del 1900 si iniziarono operazioni di recupero nell’ambito dell’attuazione di una strategia che valorizzasse il Borgo Antico. Scrive l’architetto Vignone in un articolo del 1989: “si tratta di una chiesa antichissima pervenutaci nelle originarie forme del primo romanico con solido paramento esterno in grossi blocchi di pietra squadrata, con monofore strettissime, portali e rosoni ridotti alle sole linee essenziali”. La caratterizzano “l’assoluta schematicità e semplicità di insieme, l’assenza totale di decorazioni o partiture spaziali, l’austerità generale, la semplicissima tipologia ad aula rettangolare monoabsidata. Soltanto sul rosone, ricavato da una grossa lastra monolitica mediante la realizzazione di foro circolare, è scolpito un agnello crucifero, ma è evidente la non contemporaneità del bassorilievo con la fondazione della chiesa.”

Al suo interno poche, se pur importanti, vestigia del passato: il pavimento originale del XVIII, frammenti lapidei dell’antico altare ed un piccolo ossario la cui botola, in pietra lavorata, con la datazione 1660, è arricchita da uno stemma gentilizio.

La sua posizione ed alcune caratteristiche quali il tipo di muratura, solida e compatta, e le finestre a forma di feritoia, documentano che (al pari della chiesa di San Bartolomeo) avesse anche una valenza militare, sorgendo in un punto strategico della cinta muraria cittadina.

Nel recente passato si ipotizzò una sua destinazione d’uso quale contenitore museale. Ma da anni è abbandonata a sé stessa, anche se utilizzata saltuariamente da organizzazioni scoutistiche.

Il fervore, la passione ed il senso di appartenenza di alcuni degli attuali residenti, desiderosi di restituire vita e dignità al quartiere, fanno ben sperare che la chiesa di San Mercurio possa tornare punto di riferimento sociale, recuperando parte dell’antica importanza civile e religiosa.