Istruzione e occupazione: gli italiani fanno fatica

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Pubblicati dall’Istat i dati aggiornati sull’istruzione degli italiani e sugli impatti occupazionali.

La situazione del livello di istruzione tra i residenti in Italia non è delle più rosee rispetto agli altri paesi dell’Unione europea. Ci sono alcuni segnali incoraggianti, altri invece pongono alcuni forti interrogativi, che con consapevolezza andrebbero affrontati.

Solo sei italiani su dieci possiedono almeno un titolo di scuola superiore contro un valore medio  europeo di quasi 8 su dieci.

Il dato è rilevante se si considera che il diploma è ritenuto il livello minimo indispensabile per acquisire le competenze di base richieste nella società attuale e, ragionevolmente ,anche nella futura.

A incidere su questo dato è, in particolare, l’inferiore numero di laureati: solo 1,8 italiani su 10, rispetto ai 3 europei.

Nel 2017, la quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario è stimata pari al 26,9% (39,9% la media Ue). Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti l’Italia è la penultima tra i paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa.

Questo risultato dipende anche dalla mancanza di una efficace alternativa ai corsi di laurea, corrispondenti, a livello europeo, ai corsi terziari di breve ciclo professionalizzanti, capaci cioè di reperire le esigenze di quanti vorrebbero conseguire un titolo di alto livello fuori dai tradizionali percorsi universitari.

Queste tipologie di corso sono piuttosto diffuse in diversi Paesi europei; in Spagna e Francia circa un terzo dei titoli terziari posseduti dai 30-34enni ha queste caratteristiche.

Il sistema di istruzione italiano mostra ancora una volta tutte le sue criticità rispetto ai modelli europei.

All’interno del territorio italiano, esiste un divario piuttosto marcato: la quota

di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30,0% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%.

Ma, in definitiva, perché conviene studiare?

L’analisi Istat evidenzia che la forza dell’istruzione sta nel fornire un vantaggio per l’occupazione. Essa offre la capacità di orientarsi nei possibili percorsi che si prospettano dinanzi e apre a maggiori occasioni per accedere al mondo del lavoro.

Infatti il livello occupazionale delle donne con un titolo di studio terziario è del 40% superiore di quelle che hanno un basso titolo di studi. Ma l’occupabilità in relazione alla crescita del titolo di studi è maggiore per tutti: sul totale della popolazione c’è una differenza di quasi 30 punti percentuali: 51,8% è il tasso di occupazione tra le persone con un basso titolo di studi, arriva a 70,9% per i diplomati e tocca l’80,6% tra i laureati.

Purtroppo, avvisa l’Istat, il vantaggio si affievolisce nelle nuove generazioni: tra i giovani che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni, il tasso di occupazione nel 2017 è stimato al 48,4% per i diplomati (74,1% la media europea) e al 62,7% per chi ha un titolo di studio terziario (84,9% la media Ue).

Durante la crisi, le prospettive occupazionali dei giovani italiani al termine dei percorsi di istruzione e formazione hanno registrato un deterioramento molto più marcato rispetto ai pari europei. Il recupero più deciso rispetto alla media europea degli ultimi anni non ha ancora portato i suoi frutti, forse a causa delle criticità nel mondo della produzione, che non riesce a proporre le prospettive di un tempo alle nuove generazioni o forse a causa dello scarso orientamento professionale dei corsi di studi terziari in Italia. In definitiva, c’è ancora molto da fare.

Eliana Marinelli

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