Invitalia, quando l’ad Arcuri era nel mirino di 20 senatori M5S

In un’interrogazione si criticava la gestione «elefantiaca e di dubbia utilità» del manager

REDAZIONE

«Dai, andiamo a Stoccolma, dove se mangi stai colma, dove potrai dire con calma “io sto colma a Stoccolma”». Il compianto Rino Gaetano, in questi versi del suo brano “Stoccolma”, contenuto nell’album “Nuntereggae più”, fotografa al meglio l’omonima sindrome che porta la vittima ad innamorarsi del carnefice e di cui devono aver sofferto i parlamentari del Movimento Cinque Stelle rispetto alla società Invitalia (agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) guidata dall’amministratore delegato, Domenico Arcuri e soggetto attuatore dei Contratti di Sviluppo per il Molise. I primi sintomi della “patologia” tutta politica risalgono al 13 novembre 2018, quando i senatori Elio Lannutti (primo firmatario e presidente onorario dell’Adusbef, As- sociazione Difesa Utenti Ser- vizi Bancari e Finanziari da lui fondata), Gianluigi Paragone, Nicola Morra (attuale presidente della commissione parlamentare Antimafia) insieme con altri 17 colleghi del M5S e Buccarella del gruppo Misto hanno presentato un’interrogazione a risposta scritta (atto n. 4-00847 nella seduta n. 57) al ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, e al titolare dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, per chiedere di sapere, tra le altre cose, «se i ministri in indirizzo non ritengano di dover procedere alla messa in liqui- dazione di Invitalia per i costi eccessivi e l’onerosità dimostrata nel suo ventennio di vita per razionalizzare e concentrare le attività previste in un’unica struttura». Ma c’è di più. Per quanto risulta ai senatori interroganti, Invitalia «non è stata al riparo di perplessità e critiche, specie nell’era ininterrotta di Arcuri, su rari articoli dei media ed in Parlamento, per la sua gestione “elefantiaca” e di dubbia utilità; molti dei suoi dipendenti risultano disseminati in vari ministeri, in particolare presso il ministero dello Sviluppo Economico (quello di Di Maio, ndr) con funzioni facilmente esplicabili dai funzionari degli stessi ministeri ma, a parità di livelli, con retribuzioni di gran lunga superiori». Considerato, inoltre, che «la criticabile gestione da parte di Domenico Arcuri di Invitalia, uno degli ultimi carrozzoni della vecchia Repubblica da smantellare, è stato oggetto di rare inchieste giornalistiche, come quella del 6 giugno 2013 pubblicata su “La Notizia”, che denunciava un’infornata di consulenti. Di uomini vicini al governo dell’epoca (premier Enrico Letta del Pd, ndr) con la finalità apparente di acquisirne il consenso, in particolare ex politici ed ex manager pubblici in pensione. “La struttura guidata dall’amministratore delegato Domenico Arcuri (…) ha elargito la bellezza di 112 incarichi, spendendo 2 milioni e 884 mila euro. In media fanno 25.750 euro a collaborazione, con picchi che però riescono a raggiungere i 183 mila euro lordi l’anno». Il capo azienda di Invitalia, Domenico Arcuri, pur essendo stato nominato dai passati governi, non ha (e non poteva) proferire critiche nei con- fronti dell’attuale esecutivo. Anzi, in un’intervista al quotidiano ”Il Foglio”, nel giugno 2018 disse: «Il governo ha il diritto di decidere, i manager pubblici il dovere di eseguire». Ovvero: ci sono, cosa posso fare? «Nel 1945 – concludeva nel- la stessa intervista – Keynes scriveva a Thomas Eliot: “Il compito principale per creare sviluppo è scatenare anzitutto la convinzione intellettuale, e solo dopo trovare i mezzi”. Penso sia davvero questo l’obiettivo principale dell’intervento pubblico, e quindi di Invitalia: diventare sempre più promotori e motivatori». Il Movimento 5 Stelle, rappresentato dai 20 senatori, era di un altro parere. Ma i ministri Tria e Di Maio hanno fatto spallucce e sono andati avanti. Per buona pace di diversi Co- muni e aziende private della regione Molise, i cui progetti sono stati esclusi, senza alcuna una motivazione, dai Con- tratti Istituzionali di Sviluppo.

 

 

 

 

 

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