Il virus della disuguaglianza

“Alesia ed i suoi compagni di viaggio” presentano, nella consueta rubrica settimanale, un interessante contributo del Dott. Mino Dentizzi, che di cuore ringraziano

di Mino Dentizzi*

La storiella che il virus sia democratico perché non guarda in faccia nessuno è naturalmente una colossale bugia.

Sia sul piano strettamente sanitario, sia su quello delle conseguenze sociali ed economiche il virus colpisce molto di più le fasce deboli. 

Con l’inizio della pandemia è stato introdotto il termine “distanziamento sociale”, per indicare lo spazio fisico di sicurezza tra umani potenzialmente infetti o infettabili. Ma prima del covid-19 con “distanziamento sociale” ci si riferiva alle differenze socio-economiche che rendono gli esseri umani meno uguali e, appunto, distanti nella scala dello sviluppo: questo tipo di distanziamento sociale si è notevolmente ampliato.

La crisi del coronavirus si è abbattuta su una società già con enormi disuguaglianze. Un mondo in cui soltanto oltre 2.000 miliardari possedeva più ricchezza di quanta non ne potesse spendere in un migliaio di vite; un mondo in cui quasi metà dell’umanità era costretta a sopravvivere con meno di 5,50 dollari al giorno. Una società in cui, in 40 anni, la quota del surplus di reddito andata all’1% più ricco era oltre il doppio di quella fluita alla metà più povera della popolazione globale e in cui, negli ultimi 25 anni, lo stesso 1% più ricco ha bruciato il doppio di carbone rispetto al 50% più povero, acuendo l’attuale crisi climatica e ambientale. Una società in cui il crescente gap tra ricchi e poveri ha sostenuto ed acuito le disparità di genere e razza.

La pandemia da COVID-19 passerà alla storia come quella che ha già provocato oltre due milioni di vittime in tutto il mondo e condannato alla povertà centinaia di milioni di persone. Probabilmente passerà alla storia anche perché, per la prima volta da quando viene monitorata, la disuguaglianza aumenterà contemporaneamente in quasi tutti i Paesi del mondo. Le categorie più penalizzate dall’impatto della pandemia sono quelle che già erano in difficoltà prima dell’emergenza sanitaria, mentre chi stava economicamente bene, oggi sta meglio. A scattare la fotografica di un divario crescente tra ricchi e poveri del pianeta è il nuovo report diffuso dall’Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos. L’indagine si intitola “virus della disuguaglianza” e mostra con numeri e statistiche come la pandemia abbia acuito le disuguaglianze economiche e sociali, razziali e di genere preesistenti. “Grazie a un sistema economico iniquo un’élite di miliardari ha continuato a accumulare ricchezza nel corso della più grave crisi dai tempi della Grande Depressione – si legge -, mentre miliardi di persone sono state spinte sull’orlo della povertà”.

Nel mondo i 10 uomini più ricchi hanno visto la loro ricchezza aumentare di 540 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia: si tratta di una somma che sarebbe più che sufficiente a pagare il vaccino per tutti gli abitanti del pianeta e ad assicurare che nessuno cada in povertà a causa del virus. Basti pensare che tra marzo e dicembre 2020, mentre la pandemia innescava la più grave crisi occupazionale degli ultimi 90 anni, lasciando centinaia di milioni di persone disoccupate o sottooccupate, il valore netto del patrimonio di Jeff Bezos è aumentato di 78,2 miliardi di dollari.

Di quanto, invece, è aumentato il salario del fattorino Amazon che ha continuato a trasportare pacchi durante tutto il periodo della pandemia?

Ma quello di Mister Amazon non è un caso isolato. “Le 1.000 persone più ricche del mondo hanno recuperato in appena nove mesi tutte le perdite che avevano accumulato per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze economiche della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni”, si legge nel rapporto Oxfam. 

L’unico dato che è “uguale” è la crescita delle disuguaglianze a livello globale. Tanto che, per la prima volta in un secolo, si potrebbe registrare un aumento della disuguaglianza economica in quasi tutti i paesi contemporaneamente. Nell’ottobre 2020, la Banca Mondiale ha stimato che tra 88 e 115 milioni di persone in tutto il mondo sarebbero state spinte in povertà estrema nel 2020.

Di fronte a tali sofferenze è assolutamente assurdo, sia dal punto di vista logico che morale che economico, permettere che i miliardari traggano vantaggio dalla crisi. Le loro crescenti ricchezze dovrebbero invece essere usate per combattere la crisi e per salvare milioni di vite e garantire fonti di sostentamento a miliardi di persone.

La crisi legata al Covid-19 ha purtroppo avuto un fortissimo impatto sulla povertà anche in Italia. La situazione di partenza presentava già diverse criticità. Come certificato dall’Istat, nel 2019 1,7 milioni di famiglie vivevano in condizioni di povertà assoluta, un numero pari al 6,4% del totale. Le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni equivalenti al 7,7% della popolazione. Nel nostro Paese il numero di indigenti è raddoppiato nel 2020 rispetto allo anno precedente, come emerge da una stima di Coldiretti. Un numero crescente di persone è costretto a fare ricorso alle mense dei poveri e ai pacchi alimentari, anche per le limitazioni rese necessarie dalla pandemia.

Tra le categorie più deboli degli indigenti il 21% è rappresentato da bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi il 9% da anziani sopra i 65 anni e il 3% sono i senza fissa. Fra i nuovi poveri ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalle limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid.

Più in generale, la pandemia e i lockdown hanno accentuato situazioni esistenti e accelerato tendenze in essere: per l’Italia, la realtà era già seriamente problematica prima del Covid-19, per quel che riguarda per esempio le prestazioni sanitarie. Già da anni assistevamo ad un depauperamento delle risorse destinate alla sanità pubblica a favore della sanità privata. Ma nel 2020 più di 2 milioni di cittadini Italiani hanno dovuto chiedere un prestito per scegliere la sanità privata a causa dei tempi di attesa di quella pubblica bloccata dal Covid. Fra marzo e dicembre del 2020, 3 milioni di italiani hanno dovuto rinunciare a cure mediche, visite specialistiche e interventi a causa delle difficoltà economiche venute con la pandemia da Covid e il lockdown. La pandemia sanitaria va, infatti, oltre il Covid-19, colpisce milioni di malati negando loro l’accesso alle cure. 32,8 milioni di italiani hanno avuto visite, esami e operazioni rimandati, nonostante fossero prenotati da tempo: il 73,6 per cento di coloro che avevano in programma un appuntamento hanno avuto rinvii e 13 milioni di pazienti hanno avuto l’appuntamento annullato.

Altro esempio: la condizione femminile. Le donne, ancora una volta, hanno subito i danni maggiori dalla crisi, perché sono maggiormente impiegate nei settori più duramente colpiti dalla pandemia. Quando le cose vanno male, le donne sono le prime a perdere il posto di lavoro, un po’ perché stanno in media nella parte meno alta della scala dell’importanza nell’impresa, un po’ per ragioni culturali a causa delle quali si pensa che una donna disoccupata sia più «normale» di un maschio disoccupato. La Fondazione studi consulenti del lavoro ha calcolato che tra il secondo trimestre 2019 e il secondo trimestre 2020, cioè comprendendo lo choc di primavera fino a giugno, su 841 mila posti persi il 55,9 per cento fosse occupato da manodopera femminile. Particolarmente colpite sono state le lavoratrici a termine, che in quasi 330mila casi hanno perso l’occupazione, e quelle autonome. In generale, inoltre, le donne rappresentano più del 70% della forza lavoro impiegata in professioni sanitarie o lavori sociali e di cura. Questo le espone a maggiori rischi in tempo di pandemia, sia sanitari, sia collegati alla tutela del reddito. Rischi che non trovano comunque riscontro nelle retribuzioni di queste categorie. In Italia oggi un’infermiera dovrebbe lavorare 127 anni per guadagnare quanto un amministratore delegato di una grande azienda in un anno.

L’aumento delle disuguaglianze non è un evento ineluttabile, ma scaturisce dalle decisioni politiche dei governi. La crisi prodotta dal Covid-19 fornisce agli Stati l’occasione di attuare politiche capaci di promuovere sistemi economici più giusti e inclusivi. Aggredire le cause strutturali della disuguaglianza significa prima di tutto investire nella copertura sanitaria universale e gratuita, nell’istruzione e in altri servizi pubblici che possono ridurre le disparità; promuovere il lavoro dignitoso, libero dallo sfruttamento; attuare politiche orientate alla giustizia fiscale; riorientare i nostri modelli di produzione e consumo in modo da porre un freno alla grave crisi climatica. 

Oggi più che mai abbiamo bisogno di fronteggiare l’emergenza, ma contemporaneamente iniziare ad adottare politiche strutturali in grado di promuovere un nuovo sistema economico che non sia più a vantaggio solo di pochi, ma di tutti. Non possiamo tornare al mondo brutale, iniquo e insostenibile nel quale vivevamo allo scoppio della pandemia. L’umanità possiede una genialità straordinaria, immense ricchezze e un’inesauribile inventiva. Queste risorse devono essere impiegate per costruire un’economia più equa che rechi vantaggio a tutti, non soltanto a pochi privilegiati.

* DOTT. MINO DENTIZZI

Specialista in geriatria, gerontologia e psicologia clinica