Il Vangelo: dare tutto per avere tutto

XVII Domenica del tempo ordinario (a)

Commento a Mt 13, 44-52

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Come è evidente, i versetti evangelici della liturgia di questa settimana sono in continuità con quelli della precedente.  In essi vengono presentate altre quattro parabole sul Regno; le immagini evocative descritte da Matteo ci aiuteranno a riflettere sul mistero di Gesù in relazione alla  chiesa e alla salvezza. Si aprono dinnazi  nuovi scorci sul mistero insondabile del Verbo incarnato: impareremo ancora di più a restare con Lui e ascoltare proficuamente la sua Parola; questa è la via maestra per essere  innestati nella vita divina e partecipare della sua stessa grande eredità.

La prima parabola che ci viene presentata è quella del tesoro nascosto.

+In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.+

Attraverso la parabola del tesoro e della perla ci vengono esposti i due modi di incontrare la Parola, i quali sono, rispettivamente: la scoperta inattesa e il premio per una ricerca intensa e appassionata. Trovare involontariamente un inestimabile tesoro è un’eventualità che supera anche la più ottimistica aspettativa. Immaginate di essere poveri e costretti a lavorare duramente per sfamarvi e, all’improvviso, in quello stesso campo che vi causa sofferenza e dolore quotidiano (che potremmo associare simbolicamente alla vita), trovate quello che potrà definitivamente portarvi alla svolta sognata. Certamente lo terreste segreto (il nascondimento e la prudenza) facendo di tutto per ottenere quel fazzoletto di terra, persino vendere ciò che vi occorre per sopravvivere. Così è colui che, grazie a un’evento inaspettato della vita, facendo esperienza di Cristo e della Salvezza, non esita a mettere in gioco tutto di se: risorse umane, materiali e spirituali. Solo così ci si potrà assicurare questo bene inestimabile,  capace di rendere gioiosa una vita sofferta e difficile.

+Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.+

Alla base di ogni religione, ma anche di qualsiasi filosofia, c’è l’esigenza, tutta umana, di dar senso all’essere e all’esserci (il riferimento ad Heidegger non è voluto). Questo tipo di ricerca può nascere dallo stupore e dal fascino verso il mistero, ma anche da un’esperienza di dolore che mette in crisi la propria visione del mondo. Se è vero che ogni cultura trasmette, alle generazioni che si susseguono, un corredo di conoscenze utili a soddisfare tali quesiti, lo è anche che ad alcuni, queste risposte “preconfezionate” non bastano. Tali persone inpiegano tutte lo loro risorse per rispondere al loro bisogno di conoscenza, mettendosi spesso in difficoltà. Gi esisti di questi sforzi possono senz’altro premiare, come, ad esempio, succede ai Magi (cfr Mt 2,1-12), ma, purtroppo, altre volte no (ricordiamo a questo poposito l’episodio del giovane ricco Mt 16,19-22). Il cercatore di perle a cui si riferisce Gesù rappresenta proprio questa categoria: colui che dopo tanti sforzi, “svela”  il vero Cristo, spesso molto diverso da quello che viene trasmesso solo come una nozione. Anche in questo caso, per non sprecare l’incredibile opportunità offerta dalla sua scoperta dovrà essere disposto a “vendere tutti i suoi averi”. La stessa occasione viene data al giovane ricco (Mt 19, 16-22), che cerca il bene più grande con passione, ma quando lo trova non è capace di conquistarsi quella perla preziosa, perchè troppo legato a ciò che sono solo i surrogati della vera felicità. Il mercante saggio sa bene però che la conquista di quella perla vale immensamente, più di tutti i suoi averi accumulati in vita, e proprio per questo non spreca un minuto nel decidere di rinunciare a ogni altra cosa pur di non gettare al vento tutto ciò per cui è vissuto.

+Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.+

Questa rete gettata in mare dai pescatori è la Chiesa, che, similmente al campo di grano infestato dalla zizzania, non è perfetta, tuttavia non spetta ai suoi componenti giudicarsi fra di loro, analogamente alla parabola citata; saranno sempre gli angeli  , alla fine del mondo, che giudicheranno. In base alle nostre scelte e a ciò che avremo considerato prezioso per il nostro e altrui bene, saremo pesci buoni o cattivi (la traduzione dal greco usa i termini belli [καλὰ] e marci [σαπρά]). Chiusi completamente alla vita e ripiegati sul nostro egoismo rischiamo, di diventare marci: inutili, anzi, dannosi per gli altri e totalmente incompatibili con le esigenze del divino pescatore. Questo ci escluderebbe del tutto dal banchetto della festa eterna.

+Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».+

Lo scriba, ai tempi di Gesù, era una delle massime autorità dottrinali riguardo alla Torah. Uno scriba che riusciva a farsi discepolo del Cristo, poteva coniugare l’antica sapienza tramandata, alla novità dell’interpretazione portata da Gesù.  Affidando ragione e conoscenza alla luce della Parola viva, tutto diventa un grande tesoro di sapienza, diversamente, la chiusura  all’opera dello Spirito, voleva dire seppellire e rendere inutilizzabile un bene preziosissimo (Mt 25,14-30). Chi studia i misteri di Dio deve narrare una realtà viva e dinamica e non essere semplicemente un metodico dispensatore di dottrine sterili.

Quella rivolta allo scriba è l’ultima delle sette parabole descritte nel capitolo XIII di Matteo. Tutte parlano del Regno dei Cieli: Il seminatore; il campo, il lievito; il granello si senape; il tesoro; la perla; la scelta dei pesci nella rete; lo scrigno ricco di beni antichi e nuovi. Queste immagini si prestano moltissimo alla preghiera contemplativa che era quella preferità dallo stesso Gesù ed in genere dal popolo ebraico. A questo proposito è utile far notare l’esistenza di un grande filone di teologia cristiana mediorientale che in occidente e quasi del tutto sconosciuto (specie quello in lingua araba). La chiesa occidentale ha preferito il filone  aristotelico-speculativo, probabilmente perché si prestava meglio al mondo accademico ed istituzionale. Tuttavia questa dimensione importante della teologia è stata rivalutata nello scorso secolo,  anche se non abbastanza, con grande profitto per tutti.

Felice Domenica.

Fra Umberto Panipucci