Il tempo degli smidollati

di Sergio Genovese

Da queste colonne ho più volte ribadito che nella mia gioventù ho avuto maestri, dentro e fuori  della Scuola, che tendevano a formarmi per essere capace di vivere all’incrocio dei venti. Se ogni lettore favorisse una piccola riflessione su quanto espresso, riuscirebbe, d’emblée,  a comprendere  la profondità e la dimensione sociale di un obiettivo di vita alto, straordinario e colmo di significati.  Assieme alla possibilità di reggere le tramontane e la bora c’era anche la valorizzazione di avere coraggio per le proprie idee e di rappresentarle ogni volta che se ne creava l’occasione. Così tra i libri, dentro una Chiesa o su un campo di calcio io ed i miei amici incontravamo, tutti i giorni, educatori  che erano impegnati su questo versante. Negli ultimi cinquant’anni, spariti certi maestri, abbiamo valorizzato sempre di più il concetto che bisogna vivere al coperto, per uscire  solo quando i venti si sono calmati. La conseguenza è stata quella di ritrovarci con generazioni fragili, senza midollo, super protette e super educate alla trasgressione di cui la movida e tutto quello che si trascina dietro, ne è nitida rappresentazione. La pietosa figura che stanno facendo i super viziati calciatori nel campionato del mondo del Qatar che dopo una partita persa scoppiano a piangere demonizzando una sconfitta che invece deve far parte del percorso formativo di uno sportivo e di un uomo, è un altro titolo  fosforescente  per identificare la situazione del momento. La scenografia è analoga a quei ragazzi che per una interrogazione andata male cadono in depressione con i genitori subito pronti a portarli dallo psicologo. A proposito di psicologi davvero li vorrei incontrare  uno ad uno per capire cosa significa che la pandemia ha inasprito il disagio per il cervello dei nostri giovani. Quale pena hanno dovuto scontare ? Forse  quella di non aver potuto  vivere nelle zone franche dei fine settimana? Ho avuto madre e padre che andavano a Scuola mentre l’Italia era in guerra, tra una lezione e l’altra sarebbero potute scendere dall’alto le bombe distruttive, per quei bambini quanti esperti ci sarebbero voluti, eppure ce l’anno fatta da soli essendo persino in grado di ricostruire la nostra nazione. E’ un mondo, il nostro, dove nessuno pensa di responsabilizzare i giovani a camminare da soli, la marcia è sempre accompagnata, la balia è assicurata perché qualsiasi pericolo risulti fronteggiato da una specie di comunità impegnata a proporre sempre discese e mai salite. Continuando nella maniera descritta, non  fantasiosa ma  corroborata dal  saldo di esperienze vissute, come andrà a finire? Quando potremo sperare di incontrare giovani con la schiena a piombo? Ma come poter sperare per loro se spesso neanche  i genitori possono vantare un rachide senza patologie ? Un mio collega abruzzese mi ha racontato che il giorno prima che andasse in pensione offrì a tutti gli insegnanti un pranzo come da cerimoniale nel quale a ripetizione si elevarono parole di elogio per il dirigente che lasciava la sua mansione con qualcuno che si era persino fatto prendere dalla disperazione. Il giorno dopo il suo sostituto con un carico di deontologia equivalente allo zero annunciò agli stessi insegnanti che era stato destinato in quella sede per rimettere a posto la Scuola. Non si alzò una sola voce di protesta, tutti muti.  Con il loro silenzio approvarono il deplorevole esordio del nuovo dirigente. L’esempio serve per far capire che quel famoso coraggio delle idee che noi vorremmo trasferire ai giovani, di quali testimonial  potrà  giovarsi ?  Chi sono i maestri di oggi? Quelli che si dimenano di qua e di là con robuste dosi di opportunismo? Eppure basterebbe solo una scossa per la nostra coscienza per capire, sul serio, il significato del saper vivere all’incrocio dei venti.