Il romanzo in Italia (III): Nievo

Ancora un interessante contributo di letteratura dall’amico Leonardo Lavacchi, che ringraziamo di cuore

di Leonardo Lavacchi*

Il friulano Ippolito Nievo, nato nel 1831, si era appassionato da giovanissimo alle idee democratiche del Mazzini e, durante un soggiorno in Toscana, a quelle più radicali del Guerrazzi, maturando nei confronti degli esiti del Risorgimento una posizione piuttosto critica. Egli considerava infatti che l’unità politica e territoriale dell’Italia fosse vanificata dall’assenza di una reale unità della nazione, realizzabile questa soltanto con la partecipazione attiva dei ceti subalterni, allora costituiti quasi esclusivamente dalle masse contadine, a fianco della classe dirigente. Siamo ammirati della presa di coscienza di problemi che nemmeno oggi sono completamente superati.

Al di là del fervore idealistico, che lo volle patriota combattente, e della modernità delle idee per quanto riguarda l’aspetto politico e sociale, egli è soprattutto un letterato dotato di una vena artistica e una capacità immaginativa che già si intravedono nelle prime opere. Ricordiamo, oltre alle novelle, Il conte pecoraio, considerato da qualcuno il primo romanzo verista e da altri, forse più realisticamente, solo una prova in preparazione del romanzo principale, grazie al quale viene a collocarsi, da precursore di modalità narrative proprie di epoche future, al di sopra dei suoi contemporanei.

Nievo scrisse in meno di nove mesi, fra il 1857 e il 1858, Le confessioni di un italiano; morì nel 1861. Il romanzo fu pubblicato postumo nel 1867 a Firenze dall’editore Le Monnier, con delle modificazioni del testo miranti ad evitare l’intervento della censura, con la quale già l’autore aveva avuto dei problemi da vivo. Il titolo fu cambiato in Le confessioni di un ottuagenario per mettere in risalto, ancora per motivi di censura, l’aspetto personale individuale rispetto a quello politico nazionale. Essendo disponibile il manoscritto completo di pugno dell’autore, è stato possibile ristabilire il testo originale.

Un ottantenne, Carlo Altoviti, narra in prima persona la propria vita – il racconto copre il periodo dal 1775 al 1855 – nei primi anni della quale assiste, da piccolo spettatore, alla decadenza di una aristocrazia campagnola ormai superata dai tempi; in seguito partecipa attivamente ai più notevoli accadimenti del Risorgimento italiano. Per mezzo di questa autobiografia immaginaria il romanzo storico, che aveva visto dei momenti di fulgore pochi anni prima ma soffriva ormai di un declino irreversibile, è recuperato e trasformato in un romanzo di formazione. L’originalità geniale è nel parallelismo fra la maturazione di tutta una nazione e quella dei singoli individui, in primis del personaggio narrante e della coetanea Pisana, in una sorta di educazione sentimentale lungo il filo conduttore del loro irrisolto amore, dalla prima infanzia dei due alla morte di lei, che si sacrifica accudendo Carlo nell’esilio londinese. C’è chi ha considerato la Pisana “forse il più straordinario ritratto femminile di tutta la nostra letteratura” (Pampaloni), e chi vi ha visto l’archetipo di donna fatale che impererà nei romanzi di fine secolo (Passarelli). Sicuramente questo personaggio indimenticabile, viva espressione di una volontà libera e spregiudicata, incantevole anche nei capricci, immagine del trionfo del sentimento e delle passioni – affetti, sensualità, patriottismo – sulle convenzioni dell’epoca, rappresenta una completa novità rispetto ai personaggi femminili incontrati nella letteratura italiana anteriore: si pensi alla Maria del Tommaseo e alla Lucia del Manzoni – ma nemmeno la peccatrice Geltrude mostra una propria volontà, ed appare invece subire passiva il corso degli eventi che la trascinano nella colpa.

L’umorismo e l’ironia che fanno da contrappunto ai tratti di lirismo vivacizzano lo stile, tanto che ci è dato riconoscere, ancora una volta, l’influsso di Laurence Sterne. Ci sia consentito un breve inciso per ricordare che già in precedenti articoli, a proposito del Foscolo e del Guerrazzi, abbiamo dovuto citare l’irlandese Sterne, il che ci induce a sostenere che all’autore del primo romanzo moderno non sia attribuita, almeno qui in Italia, l’importanza che merita. Tornando a Le confessioni di un italiano, un ulteriore tratto di modernità è nel linguaggio, caratterizzato dall’inserimento di elementi regionali e dialettali in una base che rispecchia, soprattutto per la struttura sintattica, la tradizione nazionale classica. C’è anche in questo un distacco dal modello manzoniano, ritenuto da Nievo ormai inadeguato (Croce).

Intellettuale progressista e laico, critico nei confronti delle alte gerarchie ecclesiastiche (mostra invece simpatia per i parroci di campagna, poveri e insostituibili per quel minimo di cultura di cui sono portatori), linguisticamente tutt’altro che purista, non gli poteva essere assegnato un posto di primo piano nella storia della letteratura italiana. Solo molto tardi i suoi meriti saranno riconosciuti, timidamente negli anni trenta del secolo scorso, più decisamente nel secondo dopoguerra ad opera soprattutto di Pasolini, come lui friulano e come lui tendente a rivalutare la componente dialettale del linguaggio, e di Calvino, che gli è in parte debitore per i racconti de I nostri antenati.

Nievo non riesce a mantenere per tutto il romanzo lo stesso eccezionale livello artistico della prima metà. Via via che il personaggio narrante cresce e poi invecchia, e le epoche oggetto del racconto si avvicinano fino a coincidere con quella in cui lo scrittore era vissuto con piena partecipazione, gli avvenimenti si susseguono a ritmo più incalzante, la memoria sfocia nella cronaca, e il lettore perde l’incanto che gli veniva dall’essere trasportato sulle ali della poesia in un’atmosfera malinconicamente perduta. Forse manca a quel punto, nell’autore, il necessario allontanamento dal teatro delle vicende, che nei primi capitoli era per lui cronologico come sarebbe stato geografico per Joyce, secondo il quale soltanto dall’esilio si può dipingere la patria. Forse la stagione, in Italia, non era abbastanza avanzata – l’aria che vi si respirava era ancora impregnata di romanticismo e di manzonismo – da permettere la maturazione di quei frutti: sembra che Nievo, temendo di essersi spinto troppo oltre, voglia rimediare, e così, con la Pisana che da donna che era diventa una santa e con i parenti più prossimi dell’Altoviti che si trasformano in eroi e martiri, tutto appare un po’ stucchevole. È vero che il Nostro, a differenza del suo personaggio, non ha potuto completare la propria formazione né affinare e temprare le sue armi, giacché aveva anche altro da fare: aveva da fare l’Italia, aveva da morire a trent’anni. Ci chiediamo di cosa sarebbe stato capace se gli fosse stato concesso più tempo, come immaginiamo che se lo debbano chiedere gli Spagnoli per il loro Martín Santos, i Francesi per Alain-Fournier e Radiguet.

*Leonardo Lavacchi

pensionato, lessicografo, grammatico e traduttore (per ex professione), letterato (per passione), narratore (per ossessione). È autore di romanzi e racconti poco letti. Ciò che pretende da un racconto, al limite anche da un romanzo, è che sia degna cornice di qualche bella frase.