Il Re disprezzato

XXVIII domenica del tempo ordinario (A)

Commento a Mt 22,1-14

Continuano le parabole attraverso cui Gesù rappresenta lo stato delle cose ai suoi interlocutori. La situazione che il Maestro delinea è paradossale: l’invito di un re-padre che festeggia le nozze del suo erede non suscita nessun interesse presso i suoi dignitari. Un inequivocabile segno, evidente e sfacciato, di disprezzo verso la massima autorità. Un atteggiamento che non cambia nemmeno dopo i ripetuti inviti attraverso i suoi inviati, i quali vengono persino picchiati e uccisi. Questo re è messo ai margini dai suoi stessi sudditi che non hanno nessuna intenzione di riconoscere la sua eredità. Purtroppo questo ha delle terribili conseguenze.
Allo stesso modo, noi, non riconoscendo l’invito del Padre a partecipare al banchetto del Figlio, rischiamo non solo la nostra salvezza, ma anche di vivere in un mondo non più governato da un Dio buono e misericordioso, che si espone così alla brama dei tiranni e alla loro ingiustizia.

+In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.+

Sulla scia del capitolo 21, continua la denuncia di Gesù verso l’èlite religiosa del suo tempo, che aveva ostinatamente chiuso gli occhi davanti ai segni dei tempi. Ancora una volta Gesù compone il suo affresco servendosi di un padre, anche se in questo caso si tratta di un re. Uomo potente e temuto? Per niente! Doveva essere ritenuto mite e bonario data la reazione svogliata e sprezzante che il suo invito aveva suscitato. Tutto acquista un tono ancora più paradossale se si considera che le nozze di un erede al trono sono, ancora oggi, un evento solenne a cui nessun dignitario può rifiutare di partecipare.

+Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.+

Proprio come i servi incontrati nello scorso capitolo, questi rappresentano i profeti, che, sistematicamente, non vengono riconosciuti mai come tali. Il messaggio di Dio attenta sempre agli equilibri corrotti del mondo ed è considerato sempre una minaccia, per chi vorrebbe mantenere i privilegi assicurati dallo stato delle cose.

+Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.+

Da vero Padre, Dio non si stanca di spingere i suoi figli a ravvedersi quando sono lontani. In ogni tempo egli suscita profeti e santi per raccogliere la sua messe, ma si ripete lo stesso schema del padrone della vigna e dei vignaioli omicidi: egli fa di tutto per tenerci lontano dalla rovina, anzi cerca di allettare gli invitati con la prospettiva di un banchetto strepitoso, ma non basta. Questi invitati snobbano l’invito del re come se fosse stato avanzato dall’ultimo dei loro servi.

+Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.+

Anche qui, come nella parabola dei vignaioli omicidi, gli invitati rivelano la loro malvagità, manifestando apertamente il disprezzo, anzi l’odio, nutrito per questo re buono e mite. Così, uccidendo i servi del monarca misericordioso, gli invitati dichiarano guerra a tutto ciò che egli rappresenta.

+Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.+

Dio si vendica? Perchè allora chiederci attraverso Gesù di perdonare fino a settanta volte sette, ovvero: in perpetuo? Egli non ci esorterebbe mai a fare qualcosa che egli stesso non pratichi in modo eccelso. Il terribile esito della storia narrata da questa parabola scaturisce come diretta conseguenza dal rifiuto ostinato e dalla malvagità gratuita. La lontananza da Dio (amore bontà e misericordia) è il peggiore dei mali, perché ci espone a tutti gli altri. Se c’è il male nel mondo è perché la via dell’amore insegnata da Gesù non viene accolta.

+Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.+

Qui un’altra apparente contraddizione: il re ricorre agli emarginati come seconda scelta. Eppure ha eletto il suo popolo fra gli schiavi e ha permesso che il suo stesso Figlio vivesse una vita modestissima che si è conclusa in modo tragico: Gesù, carpentiere, profeta scomodo, compagno di peccatori pubblici, ritenuto bestemmiatore, crocifisso, l’ultimo fra gli ultimi, disprezzato fra i disprezzati. Tutto sembrerebbe privo di senso se non fosse per la resurrezione. Non si può capire l’agire di Dio se non si fanno proprie le sue categorie: egli pensa da padre, è vicino sopratutto ai più sofferenti, non perché ama meno gli altri, ma per l’ovvia motivazione che spinge un genitore a prendersi cura prima dei figli più bisognosi. Egli resta fedele a se stesso: quando gli ultimi si fanno “primi”, Dio continua a restare con gli ultimi. La classe dirigente di Israele aveva riprodotto la stessa società iniqua da cui era stata salvata in Egitto.

+Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».+

Questa parte del brano ha tutto l’aspetto di un poscritto, una specie d’appendice. L’evangelista, riportando queste parole del Maestro, si rivolge in modo indiretto alle antiche comunità a cui era destinato questo vangelo, le quali, essendo prevalentemente di origine giudaica, davano molta importanza alla testimonianza visibile della fede. Chi entra a far parte della grande Festa non può non indossare l’abito delle nozze, ovvero: le opere di Carità e la testimonianza di fede (rappresentate dalla veste nuziale), necessarie nel cammino verso la Salvezza. Non si può essere cristiani solo con la bocca: “La fede senza le opere è morta!” (Gc 2, 17).

Felice Domenica.

Fra Umberto Panipucci