Il fariseo presuntuoso e il pubblicano misericordioso: la qualità della preghiera dipende dall’umiltà

di don Mario Colavita

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, rabbì Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: Dove abita Dio?. Quelli risero di lui: Ma che ti prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria? Ma il rabbì diede lui stesso la risposta alla sua domanda: Dio abita dove lo si lascia entrare”.  

Da questo breve racconto di Martin Buber, circa gli usi e i modi di pregare degli ebrei hassidim, possiamo comprendere meglio il vangelo di Luca del fariseo e del pubblicano che pregano al tempio.

Dio entra dove lo lasciamo entrare ma rimane solo dove ci sono le condizione per diffondersi. Le condizioni per diffondersi Dio le ama nell’umiltà, nella mitezza e nell’apertura buona e bella alla sua Parola.

Il vangelo di Luca insiste molto sulla preghiera, non solo il tempo dedicato ma anche alla qualità del pregare. Non basta solo pregare, occorre anche il cuore e la mente buona perché la preghiera possa essere gradita a Dio.

Pregare per la distruzione di una persona, per disprezzare o autoesaltarsi, non è preghiera gradita a Dio.

Se la prima caratteristica della preghiera è la fede, la seconda è l’umiltà. Senza fede la preghiera si spegne, senza umiltà degenera in presunzione. 

La preghiera orgogliosa, propria di chi si ritiene giusto, è un peccato. La preghiera umile, proprio del peccatore, ci rende giusti.

A volte somigliamo a quel fariseo che pregando disprezza, dice male agli altri perché lui e lui solo è il massimo. Un atteggiamento simile dimostra una certa immaturità: denigrare gli altri, ritenerli bassi, senza valore favorisce orgoglio e superbia allontanandoci di molto da Dio che è amore e umiltà.

La preghiera dell’egoista non sa andare oltre che alla lode di sé, una sorta di auto-incensazione che favorisce la fiducia in sé. Il fine della preghiera è quello di incentrarsi in Dio, Dante direbbe, in-diarsi, confidare in sé e basta vuol dire ritenere superfluo Dio. Ritenersi o presumere di essere giusto ci fa gonfiare nelle nostre convinzioni.

Nella parabola il fariseo porta con sé gesti concreti di questa presunzione: digiuno (due volte la settimana, quando la legge prescriveva al massimo una volta l’anno), paga le decime su tutto (quando la legge prescriveva di dare la decima solo su alcune cose), tutto questo inorgoglisce, gonfia all’inverosimile l’ego del fariseo.

Dall’altra parte il pubblicano che sa di essere in difetto, conosce i suoi limiti, le sue piccolezze e schifezze e chiede con umiltà a Dio perdono: O Dio abbi pietà di me peccatore. Il pubblicano è l’uomo che sa e conosce bene il suo limite umano perché questo invoca misericordia e perdono.

Qual’è l’atteggiamento giusto? Gesù loda il pubblicano non perché è un peccatore e fa cose ingiuste ma perché si avvicina a Dio con il cuore contrito e umiliato, e lo giustifica, cioè riempie il suo cuore d’amore.

Gesù non loda la vita del pubblicano così come non disprezza le opere del fariseo. Però tiene a ribadire che l’unico modo corretto di porsi dinanzi a Dio è sentirsi bisognosi del suo amore misericordioso, non solo a parole ma con i fatti, cioè con le opere buone.

C’è una bella preghiera ebraica tratta dall’Amidà (le preghiere solenni da recitarsi in piedi) che dice: “O Signore/preserva le mie labbra/dal pronunciare il male/ e l’inganno e la frode/ Dammi la forza/di non reagire/ contro chi mi oltraggia./ Fà che non sia superbo./ Annulla/ i perversi progetti/ di chi vuol farmi danno./ Concedimi sapienza/ pazienza ed intelletto/ mezzi di sussistenza/ pietà e misericordia./ O tu, che hai stabilito/ l’armonia del creato/ concedi pace all’uomo/ e ad Israele”.

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