Il coniglio nel pallone

GENNARO VENTRESCA

“Ogni mattina in Africa c’è una gazzella che si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del leone…”. Comincio così questa nota del giorno dopo. Per spiegare con una metafora che si è affermata in ogni parte del mondo che per vincere bisogna fare sempre qualcosa di più dell’avversario. I nostri ragazzi, in punta di verità, pensavano di esserci riusciti col minimo sindacale. Invece no, ancora una volta, fuori dall’elegante recinto della Bomboniera, non sono stati capaci a tornare a casa col bottino pieno. Deludendo il popolo rossoblù che ha cominciato a farsi intriganti domande.

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Ricorro ai numeri: in quattro trasferte, la nostra squadra ha fatturato appena cinque punti. Ad una media di 1,25 punti a partita. Risibile per la favorita del girone. Che dovrà fare i conti con il Notaresco e, se le daranno l’occasione di recuperare il blocco di partite rinviate, la Recanatese. A quel che vedo Esposito e compagni non sanno galleggiare sulla schiuma, debbono cavalcare l’onda. Passando dal grande pieno al grande vuoto.

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Il vostro artigiano della scrittura chiede una cosmesi, un lifting sulla pelle bruciata, per riportare tutti col sorriso sulle labbra. Quel 4-1  rifilato al Notaresco aveva fatto frullare l’aria, c’era la certezza che avremmo fatto un sol boccone di ogni avversario. Ora siamo tornati un po’ tutti coi piedi per terra. Anche i più ottimisti si sono resi conto che c’è da correggere il tiro, a cominciare dallo stesso SuperMario Gesuè che sul principio pensava che potesse bastare ciò che c’era in Cambusa per fare il salto di categoria.

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La vecchia storia dell’uomo solo al comando non si addice, per il momento, alla nostra storia. La realtà certifica che vincere è sempre complicato. Vanno bene i poeti, ma servono anche gli scrittori dalla penna dura come Corrado Alvaro. E soprattutto un leader in mezzo al campo. In grado di dettare i tempi e di mettersi davanti al pallone, in attesa di fare sistemare meglio la barriera nei minuti di recupero.

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Questo Campobasso che cerca la corazza, stanco della sua improvvisa vulnerabilità, deve ritrovare immediatamente il passo vincente anche lontano da casa. Senza fare processi, va aiutato. Da tutti noi che gli vogliamo bene. Disposti a non fare pesare gli errori sui singoli, specie se fanno parte del mazzetto degli under. Non ce l’abbiamo neppure con Cudini che mentre stavano già per scorrere i titoli di coda ha mandato in campo il grintoso Sbardella che ha procurato la punizione del pareggio.

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Il coniglio nel pallone è una storiella che viaggia da decenni sui campi di calcio. Si usa come metafora per spiegare lo stato disastroso del prato. Come quello dell’Aragona che non ha permesso ai nostri pesi piuma dai piedi gentili di esprimere come avrebbero voluto il loro gioco. Il pallone salta e danza senza una regola, tradendo soprattutto i più bravi. E, spesso, i portieri. Vuoi o non vuoi , i nostri debbono adeguarsi. Fuori casa troveranno altri “conigli”, specie nei mesi invernali.