Il “bilancio del benessere”, Pil e salute mentale

di Luigi Castellitto

Pil: Italia in stagnazione, Sud (e Molise) in emergenza, ma oltre alla produzione di beni e servizi pura potrebbe esistere anche un “bilancio del benessere”, influenzato dall’economia e non solo.
In Nuova Zelanda è una realtà, da maggio è un documento ufficiale. Al centro c’è il concetto di misurazione del benessere della popolazione considerando tutti gli aspetti che lo compongono, in maniera regolare; l’approccio alla salute generale dovrebbe essere totale, consolidato nel documento di budget dell’anno.
Il sistema di un paese nel complesso è ben definibile, ma altra cosa è avere a disposizione dei dati a livello locale sullo stato di benessere delle persone: solo in presenza di quest’ultimo dato si può agire in modo mirato laddove persistono disuguaglianze, fragilità e urgenze.
L’esempio del governo neozelandese ha individuato cinque aree di intervento prioritarie: rafforzamento della salute mentale, in particolare nei giovani; riduzione della povertà infantile; riduzione del gap delle popolazioni indigene in termini di opportunità, potenziamento dell’economia digitale; lavorare per un’economia a basse emissioni di CO2. Ovviamente tutto connotato secondo la realtà locale, in luoghi diversi, come da noi, entrerebbero in gioco diversi fattori, pur rimanendo generalmente sullo stesso ambito.
Ma in che modo la salute mentale può riguardare in maniera diretta l’economia, al di là del paese in esame? In termini di capitale umano.
Ogni anno diverse persone ricevono diagnosi di malessere psicologico, molte volte sono soggetti che non studiano né lavorano, esiste un tasso di suicidi variabile, sussistono esigenze abitative, minori e non in condizione di povertà estrema, una deprivazione materiale che porta al ricovero ospedaliero. Questi sono solo alcuni esempi, delle vere e proprie reazioni a catena che inluiscono sul Pil nazionale, e sulla base del quale i governi allocano risorse.
La questione è economicamente cruciale anche per un altro aspetto: dati mostrano che con il passare dei decenni si rileva una sempre maggiore prevalenza di disagi psicologici come l’ansia, nonostante diversi picchi di ricchezza raggiunti. Il fatto evidenziato è che la misura del benessere mentale di una società non dipende dal Pil o dal Pil medio pro capite, che sappiamo essere una stima troppo approssimativa, ma dal livello di disuguaglianza economica e quindi di opportunità che permea una società.
Nelle cinque aree di intervento individuate a Wellington l’esempio della povertà infantile non a caso è rilevantissimo, anche in Italia essa è un problema serissimo e un driver di disuguaglianza sociale incredibile, a partire dal gap educativo. Secondo stime sono circa un milione bambini e adolescenti che nel nostro paese vivono in indigenza assoluta, e aumentano e mano a mano che si arriva in periferia e si rileva segregazione educativa, cosa quest’ultima che rende sempre più difficile uscire dal circolo vizioso della povertà, quindi del malessere mentale e da un “bilancio di benessere” negativo.

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