I più forti siamo sempre noi

GENNARO VENTRESCA

Sapeste com’è buia l’alba del risveglio, dopo la sconfitta. Il vecchio artigiano della scrittura dopo essersi girato e rigirato tra le lenzuola ha deciso di dare il buongiorno alla vita, sperando di avere ancora molto da camminare, molte lune da abbaiare e soli da vedere accesi. Lo ammetto: mi sento con le ossa ammaccate. Ma non mi arrendo. Una domenica così insolente non mi capitava da tempi lontani. Ero ormai convinto che fossero finiti.

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Ossessionato dalla memoria, sono andato a ricercare tra i ricordi una partita cattiva come quella con l’Albalonga. Ne ho trovate addirittura di più brucianti. Valga per tutte il 19 maggio del 1974, ultima casalinga di una stagione magnifica che finì nella disperazione, proprio per l’inatteso capitombolo con il Gladiator di Santa Maria Capuavete che ce ne rifilò tre nella porta di Sclocchini, davanti a una folla esagerata che lasciò il Romagnoli con le lacrime agli occhi.

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Non avemmo il tempo di rifarci: correva la penultima di ritorno. E il Benevento, nostro antagonista al vertice della classifica, difese i due punti di vantaggio. Ai nostri ragazzi, allenati da Valentino Angelillo, non bastò vincere a Lavello per rifarsi. La città del pallone dopo aver vissuto una stagione indimenticabile si ritrovò col cerino in mano. A bruciarsi i polpastrelli. E a ripromettersi di andare in C l’anno dopo. Cosa che puntualmente avvenne, con Lupo Balleri in panchina.

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Dopo averci ragionato a lungo sopra vedo poche analogie con quella sfortunata sfida. Mentre la squadra di Angelillo non ebbe il tempo di rifarsi, quella del misurato Cudini dispone di dodici partite e 36 punti. Per regalare a SuperMario e alla città la promozione che prima del pareggio di D’Agostino su calcio d’angolo sembrava più vicina. Tutto sembrava apparecchiato per la festa. Poi tutto è cambiato, per errori e mala sorte.

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Prima di mettermi a scrivere sono andato a rileggere alcune pagine di un monumento della letteratura sudamericana, dico l’uruguaiano Eduardo Galeano. “Splendori e miserie del gioco del calcio” spiega con “parole che possono migliorare il silenzio” quanto sia capricciosa la palla. Tra le frasi più citate c’è l’utopia, cammino di due passi e l’orizzonte si allontana di due passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare.

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In quelle pagine ho scorto parentele con la nostra situazione. Da rossoblù militante ossessionato ho rivisto nell’attuale situazione analogie con il duello del 2000 con il Taranto. Che si concluse a nostro favore, per un punto. Fu per questo più bello. La squadra di Cudini è certamente più forte del Notaresco, e ha tutto il tempo per affermarlo. Giovedi in Abruzzo potrebbe accontentarsi anche del pareggio, per poi sferrare l’attacco più sfrenato dopo la breve sosta pasquale. Augurandosi che la ruota della fortuna smetta di essere così sfacciatamente dalla parte degli abruzzesi che hanno vinto a Fiuggi al novantesimo con una clamorosa autorete, e con l’ Aprilia che ha sbagliato un rigore allo scadere.