Gli anziani, la solitudine, il coronavirus

Gli anziani sono al centro della crisi: sono loro a soffrire più di tutti coronavirus, sia perché la maggior parte delle vittime si raggruppa nella fascia di età dai 75 anni in su sia perché i provvedimenti legati all’emergenza li confina in casa, spesso in una solitudine più dolorosa che mai. 

Tutti gli anziani sono intimoriti, vogliono sapere cosa fare per non contagiarsi e provano a paragonare quanto sta avvenendo con loro esperienze del passato: la guerra o il colera a Napoli agli inizi degli anni ’70 dello scorso secolo.

Improvvisamente, in pochi giorni, le persone anziane si sono trovate a vivere da uno stato d’animo di relativa tranquillità a uno di insicurezza, obbligati a restare nella propria abitazione, con informazioni incerte, e con le radio e le televisioni che parlano di situazioni sempre più drammatiche che si susseguono.

Questa nuova realtà deve provocare grande preoccupazione in chi si occupa di salute e di servizi sociali, perché la fragilità peculiare degli anziani, connessa alla solitudine, li espone a maggiori rischi per la sopravvivenza.

Appare illogico creare solitudine per proteggere: da sempre abbiamo condotto una battaglia contro la solitudine costruendo reti e ponti, centri sociali e università della terza età. Ma, ora, la solitudine è la salvezza. Psicologicamente è un trauma fortissimo: la solitudine fa vivere la persona in un tormento che ha conseguenze, spesso drammatiche, sulla salute, molto più gravi di quanto si pensi.

Gli anziani soli si curano poco di sé stessi, affermano che sia inutile qualsiasi tentativo di migliorare la propria condizione, si concentrano su sé stessi, senza desideri e speranze di cambiamento, non si preoccuperanno più o avranno difficoltà a effettuare controlli clinici e dei parametri biologici.

Per fortuna ci sono tantissime persone che si sono messe a disposizione: la vicina, l’associazione di volontariato.

Poi vi è la solitudine degli anziani nelle case di riposo. In questo periodo il sentimento che mi comunicano è quello di sentirsi “soli, abbandonati, impotenti, impauriti” ed alcuni piangono, persone che non avevo mai visto piangere.

È vero ci sono le telefonate, i messaggini, le videochiamate, ma che non riescono a sostituire la visita del parente, dell’amico.

E poi abbiamo gli anziani con Alzheimer o altre malattie, che hanno uno stadio di grave non autosufficienza. Per loro ovviamente il telefonino non è una soluzione, perché il malato di solito ha un esclusivo filo comunicativo che lo unisce a una persona scelta come unico contatto con il mondo esterno; l’interruzione di questo dialogo genera grave sofferenza.

E gli anziani che per motivi anche differenti al covid 19 sono ricoverati in ospedale? L’aspetto più tremendo e traumatico, al quale non è possibile ovviare, è che le persone non possono essere assistite dai familiari, per la limitazione o il divieto posti agli ingressi nelle strutture ospedaliere.

Per ultimo, ma forse l’aspetto più tragico, la solitudine di fronte alla morte.

Si pensa con spavento alla propria morte, ma ora diviene molto più agghiacciante l’idea di doverla affrontare nella solitudine, senza la possibilità di congedarsi dai propri cari.

È realmente non proponibile immaginare che una persona cara, nell’assoluto rispetto delle norme sanitarie, possa essere presente per accompagnare un proprio familiare nel delicato momento del passaggio dalla vita alla morte?

Nessuno merita di morire in solitudine, neppure in una circostanza come l’attuale. Come il personale sanitario, con le dovute cautele, può avvicinarsi al morente, così, a nostro giudizio, è necessario pensare di prevedere la presenza di un congiunto.

Dott.Mino Dentizzi

Specialista Geriatria e Gerontologia

Specialista in psicologia Clinica