“Fletch, e il suono dolce della nostalgia”

La sera del 25 maggio u.s. per un buon numero di cinquantenni, o su di lì, sparsi nel mondo, ha significato andare a letto con un magone terribile ed improvviso, come si fosse subita una mutilazione si è dovuta accettare la dipartita di Andrew (Andy) “Fletch” Fletcher, membro originario della band inglese dei Depeche Mode. Aveva appena 61 anni, padre e marito devoto, così come devoti si son sentiti i fan dei pionieri del pop elettronico che dagli inizi degli anni ’80 hanno trascinato intere masse pur senza mai appartenere al vero e proprio mainstream musicofilo. Essendo un vero e proprio fondatore, la sua figura era però di quelle che stavano sempre un passo indietro, tra le fantasmagoriche esibizioni del mitico frontman David “Dave” Gahan, e la genialità assodata del compositore Martin Lee Gore.

Eppure Fletch ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita e nella managerialità del gruppo, chi ne mastica, sa.

A dire il vero i Depeche Mode come si deve erano in quattro, fino al 1995 ne faceva parte anche tale Alan (Charles) Wilder, abile polistrumentista nonché ispirato architetto technopop col quale condivido il giorno del compleanno, membro odiato(non certo da me) e rimpianto, al quale dedicai un trafiletto apparso sull’inserto “Musica!” di Repubblica di quella metà degli anni ‘90.              

Ricordo ancora la valanga di lettere che ricevetti da ogni parte d’Italia, seguaci del synth che dividevano con me il rammarico per le dimissioni di un pezzo importante. Ma la storia dei Mode è stata anche travagliata dai quasi fisiologici abusi di se stessi molto in voga in certo ambiente e in quel periodo. Il Cielo li aveva graziati, noi altri fruitori perdonati, la passione è stata più forte di ogni altra cosa; nel mio caso ha ceduto solo con l’inizio del nuovo millennio in cui oltre a cambiare un po’ i protagonisti, è cambiata un  po’ anche la musica. Poco male, più di vent’anni di simbiosi bastano, son bastati.  Ma non ci si è mai persi di vista, e di udito, con i ragazzi venuti dall’Essex.

Ora, cosa significa ai giorni nostri soffrire sinceramente per un artista che abbiamo amato molto e che ci ha abbandonati?

Capita a tutti, succede da sempre vedere andarsene gli idoli della gioventù, la dura legge del distacco ci colpisce a tradimento, e diventa anche passabile piangere a cinquantasei anni per una persona che in fondo si conosceva solo ammirandola, fin dai primi suggerimenti del candido Carlo Massarini conduttore dell’avanguardistico Mr. Fantasy. Nemmeno cantava il buon Fletch col suo vocione anglosassone, se ne stava dietro le magiche tastiere, sempre.

Cosa c’è dunque di così strano? redo di saperlo, un po’ di temerlo.

Fuori dalla solfa del “ai miei tempi” più spudoratamente banale, mi spingo ad analizzare questi, di tempi, sforzandomi di cogliere qualche traccia che somigli a quel piacere fuori misura provato nel metter su un vinile appena paghettato, e che magari si attendeva da mesi senza mai aver avuto la comodità, forse aver subito la bruciatura, di scaricarsi la sleeve in formato jpeg o addirittura aver osato la ricerca in anteprima dei brani sul peer-to-peer di fiducia.

Ecco, lamentarsi del grasso che cola sembrerebbe peccato, se quel grasso non iniziasse poi a colare ovunque senza fermarsi, impasticciando tutti i nostri desideri, quei sogni fatti di modernità e copertine che ormai non si fanno più attendere davanti alla vetrina di un negozio di dischi. Ah, dimenticavo, i negozi di dischi erano quelli dove si vendeva la musica, quella a “generi musicali” e che accontentava tutti;  era addirittura possibile registrarla sulle cassette magnetiche tipo TDK da 46’, 60’, 90’, a strafare da 120’. Che storia.

Le notizie sui propri beniamini giungevano senza aprire sesami virtuali, lentamente, a spizzichi e gustosi bocconi sui giornali specializzati, oppure da strisce (DJ)Tv dove gente come Scotti e Jovanotti muovevano i primi passi. L’era del videoclip, che di solito anticipava il prodotto esaltandolo con piccoli capolavori di regia, premiò il mercato discografico e tanto innocuo anticonformismo che non aveva tutto questo bisogno di vandalizzare il buon gusto, l’artista che sapeva cantare e suonare, anche servendosi dell’elettronica popolare, e non blaterare di droga e di stupri su due rumori messi in croce.

Ebbene confesso di aver paura che tutto ciò si riduca ad un miraggio prescritto, che mio figlio e la sua generazione non possano vivere le stesse indescrivibili emozioni, avendo a disposizione quintali di progresso in più, tonnellate di qualità in meno.

Mi sbaglierò, devo sbagliarmi e continuare a far finta di credere che tutto ritorni senza indietreggiare: Fletch da lassù dovrà starmi ancora vicino, nel suo ricordo dovrò illudermi di poter ancora godere di quel suono che sapeva essere gentile e potente, che mi ha fatto amare così tanto quel tempo, così come dispero di poter finalmente arrivare a sopportare questo.