FISCO DI RIGORE- Le tasse occulte dei molisani

Con questa rubrica, l’avvocato Franco Mancini, noto tributarista (collaboratore di importanti riviste del settore, autore di pubblicazioni, relatore in Convegni di varie università italiane, propugnatore dell’eccezione di incostituzionalità delle disposizioni che prevedono l’aliquota massima dell’addizionale all’Irpef per le regioni in disavanzo sanitario, su cui la Consulta dovrebbe pronunciarsi a breve), unisce la sua lunga esperienza di professionista e di studioso della materia a quella di pubblicista, per fornirci un avvincente osservatorio di “costume fiscale”. Un viaggio – a tratti ironico, a tratti amaro – nei paradossi delle leggi e della giustizia tributarie, ma anche un obiettivo inventario dei vizi italiani in tema di evasione fiscale.

C’è una zona d’ombra, di tasse nascoste ed improprie, che i molisani subiscono (a loro insaputa, che fa tanto trendy), vedendosi aggiungere, al danno delle imposte che frugano apertamente nelle loro tasche (Campobasso è al settimo posto delle città più tartassate d’Italia), la beffa di servizi inadeguati o al limite della civile tolleranza, come nel caso della sanità. La Scienza delle Finanze ci ricorda che le tasse (a differenza delle imposte) sono prestazioni pecuniarie per la fruizione di servizi che l’ente pubblico eroga ai cittadini. Basta fare un esame, nemmeno tanto attento, delle utilità che il Pubblico restituisce in termini di infrastrutture, offerta sanitaria, tutela dell’ambiente, comunicazioni, ecc., per convenire che i contribuenti molisani, se le teorie classiche avessero ancora un senso, piuttosto che versare, dovrebbero essere permanentemente a credito. Facciamo mente locale sul ritardo dei pagamenti delle fatture. Le statistiche nazionali assegnano all’Asrem (anche se, va detto, il nuovo management si sta alacremente impegnando per recuperare il gap) ed alla Regione Molise gli ultimi posti della graduatoria, nella velocità della liquidazione degli importi dovuti a fornitori di beni e servizi. Il saldo temporale tra debiti in scadenza, verso l’Erario, e crediti maturati nei confronti della Pubblica Amministrazione, è costantemente sbilanciato. Gli oneri finanziari sono, dunque, un altro balzello sotto coperta. Prendiamo poi il caso della sanità. Abbiamo sottolineato, più volte, il paradosso delle aliquote al vertice, delle addizionali regionali e dell’Irap, “grazie” al deficit del nostro sistema sanitario. La questione che abbiamo sollevato dinanzi alla Corte Costituzionale, con l’ordinanza di trasmissione disposta dalla Commissione Provinciale di Campobasso (all’epoca presieduta dal giudice Giuseppe Di Nardo, con giudici a latere Catelli e Marolla), ha incontrato il favore di illustri costituzionalisti, come il Professore Enrico De Mita, che, in un editoriale de Il Sole 24 Ore, ha appoggiato la nostra iniziativa, con l’eloquente titolo “ contro la mala gestio inammissibile aumentare le tasse”. L’azione avrebbe dovuto essere promossa dalla stessa Regione, quale più diretta danneggiata dalla privazione dell’autonomia di decidere le aliquote, prerogativa di cui gode ognuna delle altre diciannove regioni. L’attualità del torto è raccontata dalle ultime vicende che riguardano il pianeta sanitario: alle sanzioni indirette della supertassazione, si unisce la costante spoliazione di servizi essenziali, come l’Unità di Neurochirurgia, uno dei principali presidi salva-vita. In qualsiasi parte d’Italia, al cospetto di un sopruso del genere, si sventolerebbero, dinanzi a tutte le Istituzioni, Modelli Unici e 730, per lamentare la negazione di diritti fondamentali di cittadinanza. In Molise si paga di più per avere meno (garanzie di vita): un meccanismo tanto brutale quanto inquietante. Si è soliti argomentare: anche nelle città metropolitane, per trasferire un malato in emergenza da un quartiere all’altro, si può impiegare pure un’ora. Si dimentica che il ragionamento potrebbe filare solo se la medicina territoriale offrisse alternative dignitose e sicure: unità periferiche ed ambulanze dotate di prestazioni di stabilizzazione vitale per le urgenze. E poi, la costante comparazione con parametri quantitativi (le soglie di popolazione per il numero di ospedali, uffici statali o giudiziari) trascura il senso più intrinseco di “regione” che, declinato dalla Carta Costituzionale, assegna prerogative e titolarità di diritti che non possono essere liquidate ad un tanto al chilo. Un altro veleno somministrato a dosi letali è il costo del denaro: non solo in termini di tassi, ma, soprattutto, di difficoltà di accesso al credito. I contribuenti del Molise, spesso costretti, come quelli del resto del Paese, ad appellarsi all’indebitamento per onorare le obbligazioni verso il Fisco, si imbattono in un ulteriore ostacolo: la timidezza del sistema bancario locale nel concedere prestiti ed il più elevato peso finanziario (oltre l’8 per cento i tassi per i prestiti a breve termine per le piccole imprese), derivante (anche, ma non solo) dalla maggiore rischiosità degli affidamenti, a causa delle percentuali delle sofferenze e dei crediti deteriorati. A ben vedere, è un’altra tassa sotterranea, che la comunità locale affronta, per svolgere il proprio dovere di contribuzione, cui corrispondono ben pochi diritti. Per non parlare delle comunicazioni: quando si misura l’effettiva pressione fiscale, gli osservatori più qualificati inseriscono giustamente, nel dato, il costo figurativo degli adempimenti e del tempo che ad essi si dedica. Nel Molise, la frammentazione residenziale e lo sfascio dei trasporti comportano un ennesimo aggravio per i contribuenti dei piccoli comuni, destinati a riservare intere giornate al disimpegno di pratiche presso uffici finanziari e previdenziali. Anche l’arretratezza dei saperi informatici e la senilità della popolazione sono un prezzo che la collettività locale paga, non riuscendo a cogliere, con la stessa facilità di altre, le opportunità che la telematica offre per il disbrigo di incombenze fiscali. Pure questo non è il frutto di un incidente della storia, ma di una politica poco sensibile alla promozione dell’innovazione e della cultura d’impresa. Come non è un capriccio della storia l’esodo (ed il prezzo familiare) dei giovani che sono costretti a trovare altrove un lavoro. Insomma, da noi è più difficile fare impresa, competere sui mercati, editare informazione, affermare i meriti e le competenze. Tutto, tranne che pagare le tasse, scoperte od occulte che siano