Fidarsi dell’altro ai tempi del Coronavirus

Il linguaggio che utilizziamo influenza come noi ci rappresentiamo il mondo. In uno studio del Brookhaven National Laboratory di New York i ricercatori statunitensi hanno scoperto che l’ascolto ripetuto di parole negative causano un’alterazione dei livelli ormonali e dei neurotrasmettitori del cortisolo che è un ormone legato allo stress.

In quest’ultimo periodo non tanto il virus, ma soprattutto come ci è stato raccontato ha attivato dentro le persone dimensioni angoscianti e catastrofiche. Se i termini continuamente utilizzati per descrivere la nostra realtà sono stati e sono: “stiamo combattendo”,” i medici e il personale sanitario sono in trincea”, “il nemico invisibile”,” guerra globale al coronavirus”, “i medici sono degli eroi”, “il bollettino dei morti dei guariti e dei contagiati”, la malattia diventa un atto di guerra e noi ci sentiamo in uno stato di guerra. In questo contesto il concetto di nemico si è spostato al vicino di casa, al signore in fila dietro di noi. Sempre nella guerra c’è la figura dalla spia o del delatore, basti pensare a chi si accanisce sui social contro chi fa una passeggiata o va a correre. D’accordo ci sono delle regole, ma tanto accanimento rientra in una logica di guerra. In questo scenario l’altro rischia di diventare l’ombra delle nostre paure da cui ci vogliamo nascondere. Questo continuo riferimento alla guerra ha amplificato nella nostra mente la figura del nemico.

La fiducia è quell’atteggiamento, verso altri o verso se stessi per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità e che poggia su di un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Cosa accade se questa sensazione viene continuamente messa in discussione?

Accade che dosi massicce di ansia diffusa nel paese da parole negative e spaventose generano sfiducia ovvero diffidenza verso l’altro. E no, non sarà così automatico abbracciarsi, uscire insieme e ritrovarsi con amici e parenti. Se io non ho la piena aspettativa che l’altro non possa contagiarmi o che io stesso non sia vicolo di contagio verso l’altro, non avrò la piena fiducia nella relazione.
Che significa questo? Significa che potremmo trovarci di fronte ad un aumento di reazioni di rabbia, paura, chiusura e diffidenza verso le persone.

Cosa aiuterebbe a pensare in modo diverso e a ridare fiducia nella relazione e nel futuro?

Non esiste un’unica risposta ma proverò a lanciare qualche ipotesi su un lessico che presuppone un modus del pensiero diverso da quello belligerante :
Adattamento che significa trovare nuove strade per vedere le cose, la vita e nuove soluzioni ai problemi che via via ci si presenteranno;
Condivisione che significa scambiarci idee, soluzioni, confronti;
Sostegno reciproco che significa ricostruire la comunità e dare strumenti per rimettersi in piedi e poter andare avanti;
Ascolto che significa non per dare soluzioni immediate, ma trovare spazi in cui non sentirsi soli e poter sentire che il lutto può essere ascoltato;
Bellezza che significa valorizzare la ricchezza individuale e del nostro territorio;
Solidarietà come impegno etico e sociale verso la comunità;
Tempo come nuovo valore da dare al nostro tempo acquisito durante questa chiusura forzata.

Dott.ssa Giulia Leonelli
Psicologa-Psicoterapeuta
Giudice Onorario
Tribunale dei Minori di Cb
Compagna di Viaggio“Alesia 2007” Onlus

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