Fast Fashion: dalle passerelle ai compratori tramite sfruttamento e inquinamento

di Rebecca Saccani

La moda ‘usa e getta’ spopola, i compratori acquistano capi che sembrano di haute couture a prezzi stracciati per tenersi al passo con le tendenze.

Negozi presenti su tutto il territorio italiano come H&M, Zara e Benetton sono tra i maggiori promotori della “Fast Fashion”, termine utilizzato per definire un design che si muove dalle passerelle ai negozi più comuni in maniera estremamente rapida ed economica. Le collezioni proposte si basano sulle nuove tendenze presentate alla Settimana della Moda ogni anno, ma tengono molta considerazione delle mode che si rifanno agli anni ’90 e 2000, molto comuni tra i giovani.

Per rispondere alle richieste dei consumatori basate su gusti volubili, i capi d’abbigliamento delle grandi catene di produzione subiscono trasformazioni continue; si arriva a toccare picchi di 12.000 nuovi modelli annuali, come nel caso di Zara.

La produzione di questa quantità esorbitante di modelli fa salire l’industria tessile al secondo posto del podio tra le industrie più inquinanti.

I problemi della “moda veloce”

Per quanto concerne i materiali utilizzati, vengono principalmente usati cotone e poliestere, il primo con un devastante impatto ambientale e sociale, il secondo con una tossicità elevata derivante dal petrolio; nella produzione di questi materiali vengono utilizzate sostanze tossiche che vengono successivamente assorbite dal corpo umano di chi produce e di chi indossa, causando anche allergie varie.

Parlando di scarti tessili, ogni anno ne vengono prodotti a tonnellate, derivanti dalla produzione continua di nuove collezioni che costringe le altre ad essere “fuori moda”; dato il tempo di produzione ridotto e la quantità elevata di capi, la gran parte di quest’ultimi finisce nelle discariche, le quali li inceneriscono, contribuendo all’inquinamento atmosferico.

Contro lo sfruttamento

Altra linea di attacco nei confronti della Fast Fashion, forse la più importante, è lo sfruttamento sociale: la produzione di capi di “moda veloce” avviene principalmente in Paesi in via di sviluppo che presentano condizioni lavorative, sociali e igieniche altamente inferiori rispetto al livello normale e legale; rispetto ad altri modelli di produzione, come quello della Slow Fashion, i bassi prezzi dei capi di Fast fashion derivano principalmente dal modello di produzione, che prevede costi estremamente ridotti.

Esistono associazioni internazionali come Fashion Revolution, con la sua campagna “Who made your clothes?”, oppure la Clean Clothes Compaign, le quali si battono da anni contro lo sfruttamento sociale nell’industria tessile, a favore di una moda più etica.

Sebbene i numerosi effetti collaterali sull’uomo, la quantità di persone che compra capi di Fast Fashion semplicemente per il piacere di cambiare spesso il proprio guardaroba è estremamente maggiore rispetto a coloro che li acquistano soltanto per ragioni economiche.

È certo che, dal punto di vista economico, il futuro della Fast Fashion sarà ricco di prospettive positive, ma altrettanto certe sono le devastanti conseguenze che graveranno sull’uomo.