Educati alla violenza e all’indifferenza

di Sergio Genovese

Quando ero in servizio lavorativo mi arrabbiavo con i docenti ai quali ribadivo che assieme alle novelle del Boccaccio o alla storia della Bisanzio greca, bisognava insistere, con intensità emotiva, per stimolare le coscienze dei ragazzi e ubbidire ad un impegno nel tentativo di arginare una fase educativa che tanti pedagogisti definiscono addirittura apocalittica.

Lo stimolo andava e va rivolto ai pre adolescenti e agli adolescenti che, nel loro cammino di crescita, incontrano alcol, droga, violenza e una diseducazione diffusa che poi è quella che mette a soqquadro le città ed i paesi nel fine settimana.

Per quelle che sono le mie lunghe esperienze, salvo una minoranza, il docente post globalizzazione è impegnato a trasmettere il sapere senza costruirlo assieme ai ragazzi, tutto diventa un assorbimento meccanico senza quella emotività che consente allo studente ma anche all’insegnante di contestualizzare il Leopardi ma di trasferirlo nell’anima e non nella corteccia cerebrale. Quello che sta accadendo in questi giorni dove una mamma contro natura e probabilmente imbottita di cocaina, falcia la vita della figlia lasciandola morire di stenti e di una bestia ( non potrà mai essere considerato un uomo) che per una piccola parola fuori posto, ha ammazzato un nigeriano a pugni e calci, è il livello che si vive nelle nostre strade che sono diventate zone senza un anelito di civiltà. La conseguenza di una società dove sono mancati i maestri di vita è la indifferenza. I giovani sono tendenzialmente inclini a pensare a se stessi per allontanarsi da un qualsiasi luogo dove verrebbe richiesta un’azione utile agli altri o alla comunità. Si è indifferenti alla ingiustizia o alla giustizia, al dolore degli altri e alla precarietà del prossimo, si è indifferenti al dovere del voto. Si è indifferenti a lasciar morire una bambina o un lavoratore senza muovere un dito, senza l’impegno civile e l’orgoglio di aver potuto fare qualcosa per evitare certi drammi. I giovani sono colpevoli ma allo stesso tempo vittime degli insegnamenti ricevuti nei quali emerge la formula della omertà. L’indifferenza si siede al capo del tavolo di adulti improduttivi. Molte mamme e tanti papà , si adoperano affinché i figli diventino ciechi, sordi e muti quando verrebbe richiesto uno sforzo di civismo. Cosi quelle poche anime buone che sono fuori dall’apocalisse coltivano la loro bontà stando lontano dalle tentazioni ma vicini, assai vicini, all’indifferenza. Saranno giudicati bravi ragazzi perché non bevono, non si drogano, vanno bene a scuola, ma si fanno i fatti loro. E’ dura pensare che questo mondo così sfaldato nei suoi pilastri di sostegno, possa avere una staticità che assicuri un futuro diverso in meglio e non in peggio. Sullo sfascio morale che stiamo vivendo l’impegno della gente che avrebbe le responsabilità per arginare la tempesta di vento che scoperchia coscienze e dignità umane è sempre modesto. Fino a quando avremo genitori che non fanno capire ai figli che la vita è come il tour de France, cioè pieno di salite e di discese, fino a quando i genitori al primo gran premio della montagna già invocano lo psicologo, il vaticinio sul futuro è compromesso. Qualche giorno fa in una piazza della nostra Campobasso ho notato che un ragazzo consegnava bustine di droga ad uno “sbarbatello” che in compagnia di una bambina mostrava i muscoli della sua incoscienza atteggiandosi a consumatore navigato. Tutto avveniva in presenza di quattro adulti seduti su una panchina a pochi metri. Quando hanno compreso che stava avvenendo qualcosa di losco, gli spettatori, stranamente distratti, hanno abbandonato la postazione. Per mio conto ho fatto quello che avrebbe dovuto fare un qualsiasi cittadino. L’abbandono da parte degli attempati della comoda panchina al fresco, sia per tutti, l’immagine certa di una vita prostratasi all’indifferenza. Qualsiasi comportamento che può portare vantaggio al prossimo viene considerato tempo sprecato o rischio alterato. Ecco perché ci vorrebbero nelle scuole e nelle case quei vecchi maestri che ci educavano alla denuncia civile o a qualsiasi sentimento che ci avesse potuto avvicinare e non allontanare dal prossimo. Ma nelle case prevale lo slogan del coprirsi gli occhi e di inibire la lingua: Tra i banchi invece si valorizza il racconto della poesia del D’Annunzio che se non viene attualizzata al mondo che ci circonda fa impennare il nozionismo ma precipitare il capitale della coscienza civile. Se siamo in una tremenda emergenza educativa la Scuola non si può sentire fuori. Questa realtà sfugge a Ministri e burocrati che ammuffiscono nelle stanze del potere. A valle le starlet pensano a tagliare i nastri per mostrarsi con fierezza alle telecamere al fianco di graduati di spessore. La indifferenza ci stritola ma non ce ne rendiamo conto soggiogati come siamo dall’egoismo meno complicato da coltivare. L’ ’io e non il noi è la formula di vita che ci appassiona. Non ci facciamo caso perché l’orto di casa è l’unico appezzamento di terreno da tenere in ordine.