Disagio giovanile e silenzio degli adulti

di Giuseppe Carozza

Sempre più di frequente, in questi ultimi tempi, anche nella nostra piccola realtà regionale (pur con le dovute proporzioni rispetto a quelle realtà territoriali in cui il fenomeno ha assunto dimensioni esponenziali) si è sorpresi a ricevere notizie circa le “bravate” messe in atto da quelle che, con il consueto vezzo linguistico esterofilo tanto caro ai nostri media, vengono definite baby gang. A volte, per la verità, si ha l’impressione di affrontare simili situazioni con una sorta di finto stupore, quasi giustificando il tutto in nome di un ipocrita paternalismo portato a guardare tutto ed il peggio di tutto ormai con occhi di benevolenza data a buon mercato a destra ed a manca. Crediamo però che una riflessione seria in proposito vada fatta, anche a proposito del nostro Molise che solo i miopi e gli sprovveduti continuano a ritenere una sorta di locus amoenus da cartolina, lontano da quelle forme di emergenze e di marginalità educative presenti invece – come si diceva prima – in altre realtà geopolitiche a noi prossime. In effetti l’emergenza, si sa, è la molla della storia perché porta alla luce l’inguardabile, ciò che non si ha il coraggio cioè di affrontare, ed offre una prospettiva nuova della realtà. Per questo motivo, l’emergenza educativa di cui si parla da anni e che in queste settimane sembra avere lasciato spazio a uno scenario di esplosività terrificante, non deve essere spiegata dalla banalità di un giudizio superficiale e sommario, ma ascoltata attraverso un itinerario interpretativo che ne indaghi le ragioni più profonde. I fatti che hanno per protagonisti gli adolescenti sono segnali preoccupanti di un disagio non più attribuibile a categorie circoscritte come le “seconde generazioni” o “quelli delle periferie urbane”. Dal mio osservatorio in qualche modo privilegiato, qual è quello delle aule scolastiche del capoluogo regionale ma, in passato, di numerosi centri della provincia campobassana e non solo, noto che il fenomeno della devianza giovanile è sempre più trasversale, non necessariamente legato a contesti svantaggiati o a quadri familiari particolarmente disfunzionali. A rendersi responsabili di condotte improprie, se non addirittura talora persino criminali, sono anche figli di famiglie non problematiche appartenenti a strati benestanti della popolazione. Insomma: chi voglia spiegare certi episodi con la retorica dello “straniero pericoloso” si trova presto smentito dall’oggettività delle indagini (almeno non quelle dei social). Non è un fattore meramente etnico-culturale a determinare tali condotte, quanto piuttosto una povertà educativa sempre più estesa e pervasiva. Italiani e stranieri, periferie e centro sono categorie che non vanno alla radice del disagio. Nemmeno la pandemia costituisce l’unica spiegazione possibile. Il Covid insomma – pur con tutto il carico di incertezze, chiusure e sofferenze psichiche che comporta – ha solo accelerato fenomeni di trasgressione giovanile già in atto. Ovunque si parla impropriamente di baby gang (lo si accennava già all’inizio): se fossero davvero associazioni strutturate con chiare gerarchie interne, sapremmo come affrontarle. In realtà, le violenze e i reati messi in atto sono spesso da attribuire ad aggregazioni spontanee di giovani e giovanissimi che a malapena si conoscono sui social. Questo sconcerta ancora di più dal momento che si tratta di gruppi fluidi nei quali finisce per prevalere l’incoscienza del branco.

Eppure, un reato in adolescenza – per quanto consumato il più delle volte in gruppo – è espressione della solitudine esistenziale, dell’insostenibilità di un rapporto significativo con la comunità di appartenenza e di una sorta di spaesamento identitario che costringe l’adolescente a ripiegarsi dentro un mondo sprovvisto il più delle volte di senso e di prospettiva. La storia alla base di tante scene, soprattutto nei week end, di cui sono protagonisti a volte giovani o adolescenti che, di solito, nel corso della settimana, sembrano inappuntabili nei loro comportamenti e persìno nel loro impegno, non è soltanto quella di ragazzi costretti a vivere in situazioni di evidente svantaggio sociale, segnati fin da piccoli da una mancata inclusione, ma è la trasversale rabbia esplosiva di una generazione senza padri che relega la domanda di senso sullo sfondo e alimenta un malessere inteso più propriamente come “malattia dello spirito”. Certo, di fronte ad una tale situazione non è solo in forza di una eventuale punizione che un adolescente evolve verso una ripresa evolutiva di sé. Come scrive Massimo Recalcati, <<la domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza>>. E allora – di fronte alla narrazione potente e suggestiva del male – qual è il bene che il mondo adulto è ancora in grado di testimoniare? Un ragazzo alcuni anni fa, durante una interrogazione di storia, mi sorprese con queste sue parole (più o meno testuali, anche se è trascorso tanto tempo…): <<I vostri valori sono scatole vuote, perché il bene proposto da molti adulti è solo proclamato, ma spesso non vissuto>>. Forse aveva ragione: c’è un bene presentato nella forma di una narrazione troppo retorica e formale. Un bene scarsamente rintracciabile nelle scelte di noi adulti; un bene convenzionale, ma poco convincente che, pertanto, viene inscritto dai nostri adolescenti nel registro dell’ovvietà. Quando un genitore, durante un colloquio circa il profitto scolastico del proprio ragazzo o della propria ragazza, mi dice: <<Non ho fatto mai mancare nulla a mio figlio>>, forse non si rende ben conto di avergli consegnato un bene banale, comodo, facile da ottenere e che non si è confrontato con il dolore della perdita e con il travaglio di una conquista sofferta. È invece la mancanza che genera desiderio, apre la coscienza alle domande esistenziali più profonde e genera, in definitiva, cambiamento.