Dio non è dei morti, ma dei viventi

XXXII domenica del tempo ordinario, il commento di Fra Umberto Panipucci

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Il termine “sadducéi”, per diversi studiosi, deriva dal nome Sadoc, il sommo sacerdote che consacrò re di Israele il celebre Salomone e da cui vantavano una discendenza diretta. Altri, invece, sostengono che “Sadoc” fosse l’iniziatore della potente fazione politico-religiosa legata alla dinastia degli asmonei, la quale, in quel periodo, deteneva il titolo regale. Questa setta giudaica, estintasi dopo la distruzione del tempio nel 70 dopo Cristo, era molto potente in quanto controllava il culto del tempio. Non a caso, i sommi sacerdoti Anna e Caifa, erano sadducei. Questi erano collaborazionisti dei romani, i quali li consideravano i migliori alleati per il controllo del territorio. A differenza dei farisei, riconoscevano come “sacri” solo i primi 5 libri del antico testamento, ovvero: la Torah, conseguentemente, non ritenevano vincolanti i libri storici, profetici, poetici e sapienziali, ne l’antica tradizione orale, che trasmetteva l’interpretazione dei testi biblici più antichi. I testi “snobbati” dai sadducei, contenevano degli importanti insegnamenti sulla giustizia e la solidarietà, inoltre subordinavano la Legge alla misericordia e l’amore, intesi come coronamento e fine del cammino della maturazione umana e spirituale, i segni più evidenti di un culto vero e profondo verso Dio (cfr. Os 6, 5-7). Proprio questo li rendeva molto disinvolti nella gestione della ricchezza e nel confronto con le civiltà pagane. Sappiamo bene che Gesù cita spesso i profeti nelle sue predicazioni, soprattutto per criticare la deriva morale e legalista delle sette dominanti, ma anche per confermare le sue parole riguardo alla resurrezione e alla vita eterna. I sadducei stavano ben attenti a far sì che i libri profetici venissero riconosciuti il meno possibile, in quanto rappresentavano una critica micidiale per la loro dottrina, oltre che una condanna evidente della condotta di alcuni dei loro membri più influenti, la quale non aveva molto riguardo per i poveri e le cose dello Spirito. Avendo saputo chi fossero, possiamo ben capire perché una certa parte dei sadducei temeva Gesù, ma soprattutto come possa essersi tanto prodigata, prima per screditarlo e poi per eliminarlo. Il tranello descritto da questo brano, rappresenta in sé un ottimo esempio di domanda a trabocchetto. L’esempio, probabilmente ispirato alle vicende narrate nel libro di Tobia, tira in ballo le legge sul levirato (Cfr DT 25, 5-10), la quale permetteva al fratello di un defunto di potersi unire alla sua vedova per assicurargli un erede e una discendenza. La falsa contraddizione, davanti alla quale Gesù sarebbe dovuto restare senza risposta, emerge chiaramente: se c’è la resurrezione, una proprietà (tale era considerata la donna in quell’epoca) che ha avuto diversi “padroni”, a quale di questi dovrebbe appartenere? La logica di questa domanda, per quanto gretta e materialista, è impeccabile; quelli che invece si dimostreranno sbagliati, saranno i presupposti.

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.

La dottrina della resurrezione, a cui si riferisce Gesù, trae le sue radici dalla letteratura profetica. Osea è fra i primi a citarla (cfr. Os 6, 1-3), dopo di lui anche Ezechiele (37, 1-14) e Isaia (cfr. 26, 19) ne fanno chiara menzione, legandola sempre all’avvento di un messia; è da citare il riferimento alla vita eterna contenuto nel libro di Giobbe (19, 26-27). Il concetto, entra a pieno titolo nella tradizione ebraica, pochi decenni prima la nascita del Cristo, attraverso un inserto che diventerà parte del Talmud*. I sadducei, come abbiamo già scritto, non riconoscevano affatto i profeti e criticavano aspramente coloro che li riconoscevano come messaggeri di Dio. Proprio per questo non credevano nella resurrezione, la cui idea, ricordiamo, non viene mai esplicitamente espressa nel Pentateuco. Il Maestro, attraverso le sue parole, vorrebbe far capire loro che attendiamo cieli e terre nuove (Is 65, 17), da figli della resurrezione vivremo in modo assolutamente diverso, non ci sarà nessun burocrate che assicurerà le nostre “proprietà”, non avremo moglie o marito, vivremo in eterno beandoci dell’infinito stupore che proveremo contemplando Dio! Ben più misere sono le aspettative di chi, come loro, cerca la propria realizzazione dagli effimeri beni terreni, soggetti ai ladri, alla ruggine e alla tignola (cfr. Mt 6 19-23).

Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Come estremo tentativo Gesù, appellandosi alla loro fede negli antichi testi della Torah, cerca di mostrare ai sadducei come anche Mosè abbia fatto riferimento alla resurrezione e alla vita dopo la morte.  Il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe; il Dio di tre patriarchi che non hanno mai cessato di esistere; il Dio dei viventi che è fedele al suo stesso essere “fonte di Vita”, non può cessare il rapporto stabilito con le sue creature: “tutti vivono per Lui”.

La Vita, diventa così, qualcosa che va al di là della sua stretta concezione biologica: la creazione divina di un’individualità è irrevocabile, rimane in eterno. Quali siano la sostanza e la natura della nostra eternità non lo sappiamo, possiamo solo credere in essa e, un giorno, sperimentarla personalmente.

Alla luce di quanto abbiamo scritto, tenendo conto di come vivono tanti sedicenti cristiani, dobbiamo dire che, ancora troppo poco, riusciamo a dare testimonianza di una vita vissuta nella prospettiva della resurrezione. Dovremmo tutti essere emancipati dal desiderare e cercare avidamente ciò che dà soddisfazione ai nostri desideri terreni, specie quando la loro realizzazione comporta la sofferenza di altri uomini e ferisce la creazione. C’è dunque un modo di essere “sadducei” pratico, anche se non teorico, ovvero: voler cercare il paradiso e la beatitudine sulla terra, senza sforzarci di comportarci in modo da ottenerli nell’altra vita. Certo questa visione rende miopi, rispetto al futuro, proprio come è successo a questa setta, la quale, nonostante tutto il suo potere e la sua ricchezza, si è estinta molto prima delle altre correnti dell’Ebraismo.

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