Dio come essere “per” e “con” l’altro: così mi spiego la Trinità

Gesù dopo la resurrezione, ascendendo al cielo, realizza la volontà del Padre mandando a noi lo Spirito della Pentecoste, così da  renderci partecipi della natura divina. I cristiani orientali  definiscono questo evento “Theosis”, ovvero “divinizzazione”. L’uomo, accogliendo liberamente l’azione santificante dello Spirito, è reso a tutti gli effetti partecipe della vita trinitaria.

Ma cos’è la Trinità? Al catechismo ci hanno insegnato che siamo monoteisti, ma anche che il nostro unico Dio ha tre persone. Abbiamo tutti davvero compreso tale mistero? In questa breve catechesi voglio offrire il mio modesto contributo per far chiarezza sull’argomento.

Uno o tre? Per uscire da questo “impasse” dobbiamo partire dal considerare i limiti delle nostre categorie di pensiero. Per questo è fondamentale riflettere sul principio di identità, che è alla base del pensare umano. Senza nemmeno citarlo, in quanto considerato una verità imprenscindibile, Aristotele e Tommaso D’Aquino, hanno basato molti dei loro raffinati ragionamenti su questa semplice,  ma solo apparentemente ovvia, affermazione: A è uguale ad A e non può essere B; esempio: Mario è Mario e non può essere Luigi. I primi a formulare esplicitamente questo concetto, sottolineandone il valore fondamentale, furono Christian Wolff e Kant nel XVIII sec. Eppure la nostra Fede ci fa professare Che Dio, pur essendo uno, è tre: Padre Figlio e Spirito Santo, di conseguenza, almeno secondo questo fondamentale principio logico, l’affermazione che Dio sia uno e trino allo stesso tempo, sembra contraddittoria. Volendo potremmo evidenziare le criticità del principio di identità pensando al famoso romanzo di Pirandello “Uno, nessuno e Centomila”, dove il protagonista esperisce l’impossibilità di definire la propria identità; infatti tutti i personaggi che compaiono nel romanzo, compreso il protagonista, hanno un’idea diversa dello stesso. Del resto, se ci pensiamo bene il nostro essere è soggetto a continui mutamenti, ciò che siamo in questo preciso attimo, sarà  diverso da quello che saremo tra un minuto, anche se impercettibilmente. Il principio d’identità è dunque solo un’operazione astratta della nostra mente, che ha bisogno di riferimenti fissi per elaborare e ricostruire la sua idea di realtà oggettiva. Del resto la scienza contemporanea ci ha insegnato che una legge resta tale solo all’interno di un sistema di riferimento delimitato; esempio: tutte le mele cadono verso il basso sulla terra, ma se fossimo in assenza di gravità su una stazione spaziale, questa verità infallibile diventerebbe un’assurdità. Dio quindi può essere uno e tre, perché, nel suo sistema di riferimento, questo è possibile. Se proviamo a riflettere sulla nostra stessa natura, scopriremo che  anche noi portiamo il segno di questa pluralità. I nostri  emisferi celebrali “pensano” ed elaborano le percezioni e i ricordi in modo diverso a seconda delle situazioni; essi si scambiano i punti di vista e poi convergono verso una decisione (se va bene). Del resto basta pensare a quante volte in noi combattono idee discordanti. Chi di voi non si è mai sorpreso a litigare con se stesso perché indeciso nel fare una scelta?  Sapete che nel nostro cervello si trovano stratificate diverse aree evolutive che spesso entrano in contrasto? Sperimentiamo questo quando la golosità lotta contro la consapevolezza che un dato cibo ci può far male, oppure quando la voglia di dormire protesta contro il senso di responsabilità verso i nostri impegni. Come potete notare, pur essendo singoli individui, sperimentiamo nella vita quotidiana lo sforzo di far convergere, in una sola, diverse volontà. Gesù stesso aveva due volontà, una umana e una divina, armonizzarle è stato faticoso anche per lui, basta pensare al Getsemani (cfr. Mt 26,36-39). Ovviamente questo discorso non vale per Dio, in cui non c’è una divergenza del volere, in quanto, la Volontà delle tre persone, converge verso il solo unico e possibile sommo Bene.

Possiamo parlare di Dio e della Trinità per il ruolo che ciascuna persona ha sia nell’economia della Salvezza sia in quello della Creazione. I padri hanno saputo distinguere le loro peculiarità grazie  alle “tracce” che le tre ipostasi, nell’unica Natura Divina, hanno lasciato nel nostro mondo attraverso la Rivelazione diretta (Scrittura e Tradizione) e quella indiretta (la Creazione stessa). Non è mia intenzione lanciare nuove ipotesi nell’ambito dogmatico, anche perché forse non ne sono in grado, ma a grandi linee potrei riassumere quello che ho compreso della Trinità così: Dio Padre dall’eternità  genera il Dio Figlio e spira il Dio Spirito, quest’ultimo, venendo dalla prima persona, è inviato nel mondo dal Verbo secondo la volontà del Padre. Ecco perché nel credo diciamo che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio; non si vuole intendere nel modo più assoluto una doppia origine. Permettetemi una nota ecumenica: la questione del “Filioque” ( cioè: “e del Figlio”) è stata causa di molte incomprensioni fra oriente e occidente cristiano. L’aggiunta di questa piccola espressione si è affermata in occidente per sottolineare la divinità del Figlio, fatto che si era reso necessario a causa degli insegnamenti dell’eresia ariana, (presente in Nord Europa fino al VII sec.), che invece faceva del Verbo un dio di second’ordine. Per alcuni storici, fra coloro che più hanno contribuito per la diffusione della formula del “Filioque”, abbiamo Carlo Magno, impegnato nello sforzo di unificare culturalmente e religiosamente il Sacro Romano Impero. Giovanni Paolo II, nell’udienza generale del 7 novembre 1990, chiarisce molto bene questo problema. Sintetizzando: il Padre genera e crea; il Figlio, unito a Lui, compie la Divina Volontà con lo Spirito e nello Spirito; quest’ultimo, inviato dal Verbo fatto carne, Santifica l’uomo e opera nell’universo. Questi a grandi linee i tre ruoli specifici dell’unico agire di Dio.

Vorrei a questo punto condividere con voi il modello che mi aiuta di più a comprendere il mistero della Trinità. Ovviamente in nessun modo voglio intendere che esso sia esaustivo o migliore di altri.

Cosa è Il mistero della Trinità, se non una bellissima storia d’ Amore?

È San Giovanni a identificare Dio con il termine “Agàpe” (cfr. 1Gv 4,16), intendendo con esso la completa offerta del “sé”, la totale donazione che scaturisce da un sentimento d’amore così profondo da rendere possibile qualsiasi sacrificio per favorire l’amato.

Un autore del medio evo che si è occupato di sviluppare questo concetto è stato Riccardo da San Vittore. Joseph Ratzinger, papa emerito, si riferisce a questo teologo  per spiegare il mistero della Trinità: “Dio è amore, l’unica sostanza divina comporta comunicazione, oblazione e dilezione tra due Persone, il Padre e il Figlio, che si trovano fra loro in uno scambio eterno di amore. Ma la perfezione della felicità e della bontà non ammette esclusivismi e chiusure; richiede anzi l’eterna presenza di una terza Persona, lo Spirito Santo. L’amore trinitario è partecipativo, concorde, e comporta sovrabbondanza di delizia, godimento di gioia incessante. Riccardo cioè suppone che Dio è amore, analizza l’essenza dell’amore, che cosa è implicato nella realtà amore, arrivando così alla Trinità delle Persone, che è realmente l’espressione logica del fatto che Dio è amore.” (Benedetto XVI, udienza generale del 25 novembre 2009).

Anche l’uomo, sorprendentemente,  è reso partecipe di questo mistero divino. Cerchiamo di capire come, tenendo sempre presente che si stanno usando delle immagini allegoriche e che il mistero di Dio eccede qualsiasi tentativo di definizione e descrizione.

Considerando che la Trinità è agàpe (amore che sa dare la vita), diventerebbe contraddittorio pensare che tale amore sia rinchiuso nell’ambito divino. Se l’amore è dono cosa potrebbe aggiungere il Creatore al “tutto” che già possiede? La pienezza dell’essere e della perfezione non può ulteriormente arricchirsi o migliorare: Dio non può che dare in quanto ha già tutto, anche perchè questa pienezza è sovrabbondante. Se però Dio ama, in qualche modo “ha bisogno” dell’oggetto del suo amore. Se a Dio non fosse “necessario” l’altro da sé, tutto sarebbe congelato in un’eternità immobile e sterile. La sua stessa natura esige un’alterità per cui essere. Potremmo dire, anche prescindendo dalla teologia, che la relazione (intesa anche come semplice interazione) è necessaria per l’esistenza stessa, in quanto l’alternativa sarebbe l’immobilità assoluta, equivalente al nulla. In questa prospettiva diventa semplice capire come il Padre, dall’eternità, genera  il Figlio dalla sua stessa sostanza: “generare” amando ciò che si è fatto nascere, è nella natura divina dell’Amore.
Conseguentemente, la risposta grata del Figlio, anch’Egli pienezza di ogni bene, non può che essere adorazione e lode per chi lo ha generato. L’Amore che procede dal Padre verso il Verbo, ed è restituito totalmente come offerta di sé nella lode, è lo Spirito Santo, consustanziale ai due: la pienezza del Dono dato e offerto, accolto e gradito nella reciprocità. Il concetto d’Amore inseparabile da quello di relazione, fanno sì che Dio sia anche relazione perfetta (sinonimo di amore, appunto).  Nella coerente logica dell’”essere per e con l’altro”, Il circolo d’amore della Trinità, e quindi la divinità, non poteva restare chiuso in sé stesso e doveva esprimersi necessariamente proiettandosi al di fuori dall’ambito divino. Così Egli crea il “totalmente altro da sé” per renderlo come sé, attraverso il dono di sé. Da questa creazione che emerge dal nulla, il cammino verso la somiglianza a Dio è rappresentato proprio dall’uomo. Così l’umanità, congiunzione relazionale tra creazione  e creatore, è oggetto speciale dell’Amore trinitario, amore che resta, anche in questo caso, totale e oblativo. L’antropologia dimostra come l’uomo sia una creatura eminentemente relazionale, ma non solo perché entra in dialogo con l’alterità cha ha in sé: l’altro infatti ci è necessario per la nostra stessa costituzione psicofisica; fin dal grembo materno, per ogni fase della nostra esistenza l’aspetto relazionale è cruciale. La cosa è tanto vera che alcuni esperimenti hanno dimostrato che un essere umano in isolamento, non solo rischia la follia, ma anche il deperimento fisico.

Sulla natura sublime della relazione amorevole che Dio vuole stabilire con la sua creatura, Gesù ci ha lasciato una chiara testimonianza. Egli, in sintonia con la volontà del Padre, non ci ha voluto come fratelli di “serie b”, ma spogliandosi della natura divina, offrendosi sulla Croce e divenendo il primogenito dei risorti, ci ha resi suoi coeredi, figli adottivi, compartecipi del suo triplice ministero regale, sacerdotale e profetico. Tutto ciò è possibile grazie allo Spirito della Pentecoste, il Paraclito, lo stesso Amore dato dal Padre al Figlio e che questi manda a noi perchè ci santifichi e divinizzi. Se è vero che siamo costretti tutti a passare attraverso il crogiolo della sofferenza, lo è anche il nostro essere invitati a divenire partecipi della stessa Gloria divina. Dio ci vuole rendere sempre più simili a lui, così Egli ci abbraccia nel suo Amore trinitario per mezzo del Verbo incarnato. La Creazione e l’uomo non sono dunque meno amati rispetto a quanto già avvenga nella Trinità. Lo testimonia il fatto che il Padre ci ha donato il Figlio e quest’ultimo ha dato la vita per noi affinché potessimo “rinascere dall’alto” e ricevere lo Spirito.

La Chiesa, come sacramento universale di salvezza risplendente di Cristo, ha in sé l’immagine della Trinità. Se dunque le tre persone divine sono un mistero d’amore oblativo ad intra e ad extra, lo stesso deve essere per i suoi figli, i quali non sono solo chiamati ad amarsi fra loro, ma anche a diventare testimoni dello stesso amore insegnatoci da Cristo, il quale ci ha raccomandato di distinguerci dai “pagani” proprio attraverso l’amore dello “sconosciuto” e del nemico (cfr. Mt 5.38-48; Lc 6,27-38).

Felice solennità del Dio uno e trino.

Fra Umberto Panipucci