Di strade o forse d’orti puoi nutrire il tuo sguardo e crescere. (S)punti di vista/Reciprocità

“ALESIA ED I SUOI COMPAGNI DI VIAGGIO” SONO FELICI DI PROPORRE LE AFFASCINANTI E STIMOLANTI RIFLESSIONI DELL’AMICA ROSANNA FANZO.

Nessuna pandemia così come nessun evento nefasto ha il potere di rendere migliore un essere umano, soprattutto quando con migliore intendiamo l’approdo a uno stato di minore vulnerabilità e di maggiore pienezza. Eppure durante o a seguito di una pandemia così come durante o a seguito di eventi nefasti possiamo, tutti, crescere. La verità è che il potere del cambiamento non ce l’hanno gli eventi. Ce l’ha invece un luogo, sacro e mai scontato, che porta il nome di relazione. Il cambiamento è un incontro. Un inatteso stato di precarietà feconda un impulso al rinnovamento. Si origina un “nucleo” terzo che produce al contempo mutamento e bellezza. E bada bene, la bellezza è un affare diverso dall’assenza di difficoltà.

C’è uno scrittore francese, vivente, autore di culto nella sua patria, quasi del tutto sconosciuto in Italia. A me piace definirlo sacerdote dell’anima perché racconta dell’esistenza con poetica agilità. Il suo nome è Christian Bobin. Ciò che chiamo la primavera – egli dice- non avviene senza lacerazioni. È una cosa dolce e violenta. Non dovremmo essere sorpresi di questa miscela.

E dunque, se ciò che ci ha resi vulnerabili finisce anche per farci abbandonare le abitudini di pensiero nelle quali non respiravamo comodi, se ciò che ci ha spaventati rende manifesta la forza che non immaginavamo di possedere allora ciò che viene al mondo è primavera, è bellezza. E bada ancora, la bellezza è connessa non alla felicità ma alla gioia.

Facciamo un gioco! Per un istante. Staccati dal contesto in cui ti trovi, portati su una  respirazione più lenta e più profonda. Prova!

Occhi su di te.  Inspira. Espira. Coraggio! Fallo un po’ di volte.. E quando ti senti pronto, pronuncia queste due parole: felicità – gioia

Pronunciale ancora, nell’ordine che preferisci. E ancora una volta. Non hanno la stessa sfumatura di colore, vero?

Adesso prendi qualcosa per scrivere. Va bene anche il telefono. Scrivi di getto, di pancia: “Mi sono sentito felice quella volta che….” E aggiungi : “Mi sento felice quando…” , “Tra le persone che qualche volta mi rendono felice c’è …”.

Concordi? La felicità è un fotogramma. Una figura geometrica: area e perimetro. È qualcosa e qualcuno: occasioni. Segue il ciclo del mondo: fa parte di un percorso di alternanze. La felicità ritorna. Ritorna al riverificarsi di alcune condizioni.

E la gioia? La gioia, dicono gli esperti delle emozioni, sta. È una qualità interna. È la forza vitale ed è con noi dal primo vagito. È la spinta a procedere. Si manifesta tutte le volte che sposiamo la nostra autenticità. È il non opporsi alla vita che accade. È il nostro sì alla vita. È sentire e, quando la vita ce lo chiede, è sentire nelle scomodità. È incontrare l’altro con le nostre e le sue verità.  

È  la connessione col mistero.

Così, tornare alla gioia, recuperarla, nel mio modo di vedere, è un passaggio: IMMAGINAVO LA VITA COME UNA STRADA / IMMAGINO LA VITA COME UN ORTO.

La strada è una direzione. Può essere impervia, scorrevole. Può avere intoppi, semafori. Sulla strada possono prendere piede criticità che  non posso  esattamente prevedere e che non posso pienamente controllare : il vento, il temporale, una buca, del traffico, una volpe. Sulla strada sono parte di un tempo che scorre. E di uno spazio non eccessivamente ampio. Ma se mi penso in un orto cambia la musica, cambia tutto. Del mio orto non sono un attore al pari d’altri. Sono al centro. Sono il centro. Il mio orto non ha una cosa dopo l’altra, il mio orto è un insieme di possibilità che posso coltivare contemporaneamente. Ognuna ha un proprio tempo e posso seguirle tutte garantendo all’una, all’altra e all’altra il necessario per crescere, spodestando le erbacce. Dentro all’orto posso costruire strade. All’orto posso portare acqua. Qualcosa maturerà autonomamente, qualcosa richiederà coraggio. L’orto subisce al pari della strada gli imprevisti ma l’orto è a mia cura. È espressione del mio progetto. Nell’orto posso operare scelte. Attraverso l’orto riconosco e soddisfo i miei bisogni. Mentre mi adopero per il mio orto posso più facilmente vedermi esistere. E provare gratitudine per questo. Veder crescere e mutare mi insegna a celebrare la forza del divenire e ad onorare il tempo dell’attesa. L’orto può cose che la strada non può. L’orto è un susseguirsi di primavere.

Perciò, se per ritornare alla tua gioia ti può essere agevole l’immagine dell’orto, non tentennare, non temporeggiare. Inizia. Offri le tue cure al tuo orto, adesso, qualunque siano il suo stato e il tuo stato in questo istante. Comincia con gli strumenti che possiedi. Sono pochi? Aumenteranno. Senti la necessità di un aiuto? Chiedilo! E chiedilo a chi realmente è in grado di offrirlo. Chiedi ai terapeuti. Ma abbi fede nel tuo orto e nella tua capacità di custodirlo. Mettiti in gioco. E ricorda: il presente, dunque anche il tuo presente, ha in sé, sempre e comunque, una matrice di bene possibile. Afferralo. Amalo. Amati.

Rosanna Fanzo