Di Pardo: «Autonomia differenziata? Lo schema individuato con i comuni non ha funzionato»

L’avvocato ha promosso il tavolo di lavoro “Il sistema economico italiano tra autonomia differenziata e centralismo burocratico”

Che tipo di riforma istituzionale porterà avanti il Governo Conte 2? Verrà compiuta definitivamente la scelta di basare il sistema istituzionale su un modello federale o su un modello in cui lo Stato si riappropria di pieni poteri? Questa situazione di incertezza è vissuta con grandi difficoltà tanto nel privato quanto nel pubblico. Il nostro sistema di imprese da anni evidenzia quanto il peso della burocrazia e i conflitti tra livelli istituzionali rallentino i processi di sviluppo economico, siano un freno agli investimenti privati e quindi alla competitività del sistema Italia. Per quanto concerne il pubblico invece, l’attuale federalismo fiscale ha introdotto meccanismi perversi nella distribuzione delle risorse agli Enti Locali, determinando situazioni di grave crisi nella erogazione di servizi essenziali (apertura asili nido, supporto a soggetti disabili, trasporto). In molti casi, questo meccanismo ha generato indebitamento delle PA per far fronte alla erogazione di questi servizi essenziali. Di tutto questo si è discusso stamane, martedì 3 dicembre 2019, al tavolo di lavoro “Il sistema economico italiano tra autonomia differenziata e centralismo burocratico” che si è svolto nella Biblioteca Angelica di Piazza di Sant’Agostino. Al confronto, introdotti da Roberto Serrentino (Professore di Diritto Tributario, Università Pegaso di Napoli e Direttore di Dimensione Informazione) sono intervenuti il Ministro per gli Affari regionali e Autonomie, Francesco Boccia; Giulio Tremonti, presidente Aspen Institute Italia, Matteo Richetti, Senatore Commissione Igiene e Sanità, Edoardo Rixi Deputato Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni nonché Salvatore Di Pardo, Avvocato Titolare Studio legale Di Pardo e promotore dell’iniziativa.

«Abbiamo avviato questa discussione dato che il tema dell’autonomia differenziata è di nuovo sui giornali – ha spiegato Salvatore Di Pardo, fondatore e titolare dello Studio Legale Di Pardo – Lo schema del Governo mi pare corretto – ha sottolineato Di Pardo – s’individuano innanzitutto i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) che dovranno essere erogate e il fabbisogno standard, il problema è che lo schema individuato è stato già utilizzato per i comuni e non ha funzionato per prima cosa perché né i Livelli Essenziali di Prestazione (Lep) né i fabbisogni sono stati individuati e poi perché il fondo di perequazione, che dovrebbe funzionare in modo uniforme sul territorio, non ha dato risorse sufficienti ai comuni, traducendosi in una lesione dei diritti. Come si individuano i lep e i costi standard? Oggi i comuni si affidano a un algoritmo con 70 variabili. Se prendiamo gli asili nido o i servizi per la disabilità, ad esempio, i risultati sono sconfortanti. Questo rischio si ripropone allo stesso modo anche con l’autonomia differenziata. Una attribuzione di autonomia che non preveda con chiarezza come si fanno i Lep e come si fa il fondo perequativo potrà ledere – ha detto ancora l’avvocato Di Pardo – le prerogative costituzionali delle regioni».

«Il modello che stiamo seguendo? La Costituzione – ha invece spiegato in un messaggio video il Ministro per gli Affari Regionali e Autonomie, Francesco Boccia – ma non ci potevamo fermare solo alla lettura del 116 ma muoverci». Dichiarazioni però contestate dal professore Giulio Tremonti, presidente Aspen Institute Italia: «I danni introdotti dalla legge Bassanini sono devastanti tanto più perché cumulati con il federalismo. Credo che lo scenario nel quale si trovano cittadini e imprese sia complesso e credo che le parole del ministro Boccia siano superficiali».

Anche il deputato della Lega, Edoardo Rixi è apparso perplesso: «Non mi convince il fatto che non si faccia una analisi dei problemi ma un discorso ideologico; io credo che bisognerebbe studiare un federalismo che consenta alle regioni di esprimere al massimo le proprie peculiarità. Pensare che bastano i coefficienti per dare contributo vuol dire non tener conto del territorio nazionale».

Per Matteo Richetti, senatore di Azione! invece: «il prossimo anno, nel 2020, dobbiamo fermarci e capire e ragionare sulle Macro Regioni. Altrimenti quel processo di devoluzione non si può immaginare in tutto il sistema paese, non regge».

Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, si è imposto al centro del dibattito a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia.

Con l’inizio della XVIII legislatura, tutte e tre le regioni con le quali sono state stipulate le c.d. pre-intese hanno manifestato al Governo l’intenzione di ampliare il novero delle materie da trasferire. Nel frattempo, altre regioni, pur non avendo firmato alcuna preintesa, hanno espresso la volontà di intraprendere un percorso per l’ottenimento di ulteriori forme di autonomia (sono pervenute ufficialmente al Governo le richieste di Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Campania). Sono in tal modo riprese le trattative tra le tre regioni e i Ministeri interessati ratione materiae nell’ambito dell’attività di coordinamento in capo al Ministro pro tempore per gli affari regionali. Nella Nota di aggiornamento al DEF 2019 viene riferito l’impegno del Governo a portare avanti il processo di attuazione del federalismo differenziato.

Le linee programmatiche enunciate nella Nota stabiliscono che il processo di autonomia differenziata si svolgerà nel rispetto del “principio di coesione nazionale e di solidarietà” e nell’ambito di un quadro di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (LEP).

Tutto ciò anche al fine di evitare “di aggravare il divario tra il Nord e il Sud del paese”.

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