Di Meo e Lupo, quando il gesto qualifica la persona

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“Civiltà e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”. Probabilmente il protagonista, consapevole, di questa spiacevole vicenda non avrà mai letto Mahatma Gandhi. O più probabilmente il suo grado di civiltà lo ha spinto al gesto che ha compiuto. Prendere con violenza e trascinare per le orecchie un indifeso cane, è roba da Medioevo. Di cui vergognarsi. Ma per Pino Di Meo, di professione allenatore, è la normalità. “Ne ho quattro a casa e i cani si prendono per il collo a casa mia, non ho fatto nessuna cosa brutta. I cani non piangono se li prendi in quel modo, non ho fatto niente di male”. Convincimento opinabile, ma le foto, eloquenti, raccontano che il cane è stato preso, con violenza (si evince anche dallo sguardo), per le orecchie e trascinato per il campo. Durante una partita di calcio, un derby per l’esattezza. Ma in questo contesto non ci interessa lo sport. E nemmeno che Lupo, questo il nome del cane, è la mascotte della squadra oggi avversaria di quella allenata dall’ardito Di Meo. Ci interessa il gesto. Che qualifica la persona.

Mimmo di Iorio

Foto: Maurizio Silla

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