Dalla vita alla vita: preghiamo per i nostri defunti

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno»

In questo giorno dedicato alla memoria dei nostri cari “nati al cielo”, viene naturale tentare di lanciare uno sguardo al di la dei confini terreni, sia per consolare il nostro cuore dalla nostalgia e dal dolore che per esorcizzare la paura e l’angoscia che ci assalgono al pensiero della morte. Ogni cultura ha sviluppato un proprio culto per i defunti e quella giudeo-cristiana non fa eccezione. Da tempi antichissimi la bibbia attesta la preghiera per i defunti:

«Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato».

L’idea di una fase di purificazione ulteriore che l’anima affronterebbe nell’aldilà, è antichissima nella Chiesa (e come testimonia il passo appena citato, la antecede perfino). Fra le testimonianze più antiche troviamo il “Combattimento di Adamo” un testo di origine giudeo-cristiana risalente al I sec. In ambito patrologico abbiamo Tertulliano, Clemente di Alessandria, San Cipriano, Origene, Gregorio di Nazianzo, Giovanni Crisostomo, ecc.  Esistono inoltre diversi interventi conciliari sull’argomento (Lione, Firenze e Trento).

Attualmente il Catechismo della Chiesa  Cattolica afferma a riguardo: «Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre».

Davanti al mistero della Salvezza tutto ciò che pensiamo riguardo a Dio diventa inadeguato. L’uomo «Per pensarti, Eterno, non ha che le bestemmie», scriveva Ungaretti nella “Pietà” termini forti ma che i mistici ben comprendono. Dio ha un disegno di Gloria per ciascun essere umano, anzi, per ciascuna creatura (Rm 8, 22). Nel Suo piano provvidenziale, grazie all’onniscienza, prevede tutto il possibile per redimerci, escluso ciò che impedirebbe il nostro libero arbitrio. Il Paradiso non è un luogo, ma uno stato dell’essere in cui il cuore è in armonia con quello di Cristo, così da condividerne lo splendore e la gloria nella diretta proporzione in cui questa “accordatura” sarà perfetta. “Similes cum Similibus”, sembra essere questa la legge che ci divide o ci unisce nel mondo ultraterreno. E’ chiaro che non sempre il nostro cuore è simile a quello di Cristo, ed proprio qui che stupisce il piano di redenzione operato da Dio. Dopo la  la vita terrena egli dispone un’ulteriore occasione di salvezza, in cui l’anima aspetta in un’anticamera, una sala dell’ “accordatura”, un luogo di purificazione che la tradizione della Chiesa chiama “Purgatorio”. Non sappiamo come il tempo e lo spazio vengono li vissuti, anche perché la fisica moderna ci insegna essi siano del tutto relativi; non ha dunque senso applicare queste categorie all’aldilà. Certo in passato è stato fatto, ma solo per i limiti culturali. C’è inoltre da considerare come la mente elabora i messaggi dello Spirito secondo il suo modo proprio di percepire: rappresenta con immagini e sensazioni realtà che con il nostro mondo hanno poco da condividere.  I mistici, che hanno avuto rivelazioni personali riguardo al purgatorio, non presentano la condizione dell’anima in via di purificazione come una piacevole attesa, ma piuttosto come uno stato di profonda sofferenza generato dalla consapevolezza di non poter godere dell’unico bene di cui si può usufruire nell’altro mondo: la Visione Beatifica, ovvero il contemplare la bellezza di Dio che rinnova sempre lo stupore, non stanca mai ed accresce all’infinito la Gioia. In qualche modo le anime restano “zavorrate” ai loro peccati ed ai legami terreni che allontanano da quello stato di conformazione del cuore che ci rende abbastanza “poveri in spirito” e “piccoli” da poter passare per la “porta stretta” che ci conduce al Cielo (la comunione stretta e profonda con Dio). Alcuni mistici contemporanei, come per esempio Vicka di Medjugorje, descrivono il purgatorio come un luogo di non visione, rappresentato simbolicamente da una “nebbia”, in cui l’anima cerca questa bellezza ma non riesce a trovarla.

Nella prima delle apparizioni della Madonna di Fatima, riconosciuta dalla Chiesa Cattolica, ossia quella del 13 maggio 1917, la Madonna risponde a Lucia: «[…] Erano mie amiche, e venivano a casa mia per imparare a tessere con la mia sorella maggiore. – Maria das Neves è già in Cielo? – Sì, è là. Mi pare che doveva avere sui 16 anni. – E Amelia? – Resterà in Purgatorio fino alla fine del mondo».

La rivelazione è scioccante, ma proprio per questo che la Madonna chiederà preghiere per tali anime.

L’immagine più vicina all’idea del Purgatorio che ho elaborato pregando e leggendo opere di mistici e santi, rappresenta  una specie di labirinto esistenziale in cui l’anima, inconsapevole di ciò che la lega, spaventata da ciò che le succede e legata ancora a quello che amava nella sua vita passata, cerca disperatamente un’uscita. Può succedere anche che esse possano rifiutare l’idea di stessa di essere trapassate e restare prigioniere di un’illusione da loro inconsapevolmente creata. La  volontà, in questi casi, pur essendo aperta parzialmente alla misericordia divina, non riesce ad accettare in modo immediato la necessaria purificazione a cui deve essere sottoposta. Tali impurità possono essere legami relazionali eccessivamente forti , avidità, ira, desiderio di vendetta: tutto ciò che non è conforme alla santità perfetta.

«Nessuno infatti, può porre altro fondamento che quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo. Ora, se uno costruisce sopra questo fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno si renderà manifesta; infatti, il giorno la renderà manifesta, perché si rivelerà nel fuoco e il fuoco proverà quel che vale l’opera di ciascuno. Se l’opera di qualcuno che ha costruito sopra rimarrà, egli ne riceverà ricompensa; se l’opera di qualcuno invece sarà consumata dal fuoco, ne avrà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco».

Le preghiere dei fedeli ancora nel pellegrinaggio terreno, sempre secondo la Tradizione, aiutano moltissimo queste anime. Ogni volta che viene celebrata una santa Messa e viene ri-attualizzato  il memoriale della morte e resurrezione di Cristo, questi ridiscende agli “inferi” (il Purgatorio) per salvare quelle anime che sono prigioniere dei lacci che esse stesse si sono procurate in vita, sempre che queste lo desiderino. L’inferno, infatti, è quella dimensione esistenziale in cui l’anima rifiuta con fermezza la Salvezza operata da Cristo. Prepariamoci in vita al nostro destino eterno, venire a messa la Domenica è un’abitudine che in qualche modo inscrive nella nostra anima la consapevolezza che il tempo e finalizzato all’incontro con Cristo, essa è una prefigurazione del banchetto celeste. Come la settimana anela alla Domenica per godere Dio e le altre gioie, così la vita dev’essere proiettata nell’attesa di quella festa eterna che Dio ha preparato per i suoi figli. Ecco perché il Signore ci invita  a non lavorare e ad entrare nella logica del riposo sacro, dove le angosce e gli affanni mondani non devono trovare posto, al contrario, tutto ciò che riempie di senso la nostra vita dev’essere ben accetto: la preghiera; la Carità; la gioia di condividere momenti felici con i propri cari e gli amici.

Fra Umberto Panipucci

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