Dal luogo più buio la luce più grande

III Domenica del tempo ordinario (A)

Cosa sono le tenebre se non assenza di luce? Eppure spesso diamo loro sostanza con le nostre paure, le ingigantiamo rendendole addirittura competitive con la forza di Dio: proprio questo può far vacillare la fede di chi cammina sui suoi sentieri. Eppure Cristo ci mostra come, dove sembra più forte il male, è attesa la più grande vittoria.

Mt 4,12-23

+Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:

«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,

sulla via del mare, oltre il Giordano,

Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre

vide una grande luce,

per quelli che abitavano in regione e ombra di morte

una luce è sorta».+

Giovanni il Profeta, l’uomo benedetto da Dio fin dal suo concepimento, colui del quale è stato dichiarato: “non c’è nato da donna più grande di lui” e che lo stesso Erode temeva,  viene arrestato. La reazione di Gesù è stata quella di andare ad abitare nel distretto più malfamato del regno: la Galilea delle genti, dove per “genti” si intende “pagani”. Paradosso curioso che d’altronde ritroviamo proprio quando, da bambino, ha trovato rifugio in Egitto, la terra degli idoli e della schiavitù. Il peccato esilia Dio dalle nostre vite, proprio come il rifiuto di Israele ha costretto Gesù ad allontanarsi tre volte dalla sua terra: la fuga d’Egitto, il suo ritirarsi in Galilea e, se vogliamo, la sua morte, che lo ha “esiliato” per tre giorni da questo mondo. Ogni volta però egli torna, perchè è innamorato follemente di noi: quel Padre misericordioso non accetta di abbandonarci alla nostra cattiveria, ma insiste tenacemente nello sforzo di liberarci dalla schiavitù del peccato e della morte. Così la Luce sorge dove regna la morte, come leggiamo nella profezia di Isaia, perchè si manifesti la Gloria di Dio, ma anche per ribadire la vocazione universale alla Salvezza, la quale tocca prima proprio coloro che ne erano considerati esclusi. Ciò per sottolineare come la forza salvifica dello Spirito non abbia limiti, se non quello della nostra libertà.

+Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire:

«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».+

Nell’ebaraismo, quando si esorta alla “conversione”, si intende sopratutto ritornare a Dio. Ritornare alla rettitudine dalle vie contorte del peccato; passare dalla divisione all’unità, dall’inimicizia all’amicizia con il Padre, dall’idolatria al vero culto, dal cedere alle nostre pulsioni egoistiche a obbedire alla coscienza: discreta voce di Dio che sussurra al nostro cuore ciò che è bene. Convertirsi ci fa entrare nel Regno che è vicino, non tanto nello spazio e nel tempo, quanto piuttosto nell’intimità: Egli è vicino a noi, anzi, è dentro di noi!

+Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li

chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.  +

Dalla terra definita “regione di ombra e morte”, abitata da gente impura, Gesù sceglie i principi del suo Regno: gli apostoli. La logica spiazzante di Dio è di nuovo confermata, le convinzioni umane sono ancora smontate. Notate come alcuni nomi sono di origine greca, come a ribadire l’ universalità del progetto di Dio. Essi sono pescatori, traggono il pesce dall’acqua. Nella cultura ebraica l’acqua del mare o di un lago rappresenta  morte e pericolo (è nota la diffidenza che gli israeliti hanno verso la navigazione), alla luce di ciò comprendiamo che trarre dal “mare” vuol dire “salvare dalla morte”. Gli apostoli sono dunque chiamati a trarre fuori l’umanità dal pericolo e dalla morte. Se mettere un pesce fuori dall’acqua vuol dire ucciderlo, fare lo stesso con un uomo significa metterlo in salvo.

Pietro e Andrea lasciano senza indugio i loro beni: infatti, per seguire Gesù, bisogna esserne distaccati; Giacomo e Giovanni abbandonano Zebedeo, loro padre, per mettersi sotto l’autorità di un altro Padre: la sequela di Cristo, infatti, ci chiede di essere obbedienti a Dio, piuttosto che all’uomo.

+Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.+

Gesù percorre la Galilea predicando. Fin qui nulla di strano, tanti lo facevano. Quello che più colpisce è che la sua predicazione viene accompagnata dalla potenza dei segni, miracoli che comunicano un messaggio ben preciso: salvezza, guarigione dalle ferite del male, la felice prospettiva di un Dio d’amore che irrompe nella storia. La Parola non ci salva solo dal pericolo estremo della morte, guarisce e risana tutta la nostra vita, ridà la speranza a chi l’aveva perduta e persino a chi non l’ha mai posseduta. Tante singole conversioni compongono poco poco il mosaico che ci fa sognare un futuro nella luce. Accogliamo con gioia questa “lieta novella”, lasciamo che ci salvi dalla morte e risani tutta la nostra vita!

Felice Domenica!

Fra Umberto Panipucci

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