Da Colagiovanni a Gesuè

GENNARO VENTRESCA

Mio babbo ha avuto un’influenza fondamentale su molti aspetti del mio carattere, anche se in molti casi ci ho impiegato quarant’anni a mettere in rapporto i suoi insegnamenti con le mie reazioni. Aveva una pazienza certosina, e quando si metteva a scrivere alla sua Olivetti 22, per Il Mattino di Napoli, si concentrava per qualche minuto, forse per richiamare alla mente aggettivi gentili e scuse da tifoso, per ammantare l’ennesima brutta figura dei rossoblù.

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Era fatto così, babbo. Quando presi il suo posto al giornale, prima di chiudere il foglio inchiostrato nella busta del Fuori sacco per mandarlo in tipografia, mi chiedeva di dargli una lettura. Col solo intento di cancellare qualche parola dura rivolta alla squadra e soprattutto ai nostri giocatori, alcuni provenienti dal Veneto, quindi lontano da casa. E con pochi soldi in tasca. Limando con un sorriso il mio impeto giovanile.

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La fantasia mi vola spesso verso vicende lontane. Ripenso ai sette giovanotti che arrivarono dalla Pro Venezia, pieni di speranze e di sogni che non si sarebbero avverati. Erano giorni poveri di successi, e ancora più poveri di soldi. Il formidabile professor Colagiovanni non so ancora come sia iuscito a cavarsela, pochi gli incassi, inesistenti gli sponsor, troppi gli stipendi arretrati. Eppure si è andati avanti. Il pubblico artigliato alla rete di recinzione, i ragazzi a graffiarsi le carni sulla ruvida carbonella, la squadra avversaria a patire la dura legge del Romagnoli.

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I più ardenti innamorati passavano i pomeriggi sulla tribuna coperta, occhio attento agli allenamenti dei Lupi e bocche aperte per emettere sentenze e raccontare storie d’amore tra i nostri giovanotti e qualche bella ragazza del posto. Pur senza la risonanza mediatica conoscevamo a memoria non solo le facce ma anche le mosse dei nostri giocatori. Che chiamavamo quasi tutti per nome, in segno di amicizia. Alcuni di loro si sono innamorati seriamente sotto il Monforte e vi hanno preso moglie.

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Nessuno di quei ragazzi possedeva l’automobile. E alcuni di loro, quando prendevano la paga, dovevano mandarne una parte alla famiglia lontana. Me lo ricordava spesso mio babbo, questo particolare. Un modo semplice per giustificare qualche refuso dei nostri ragazzi durante la partita. Gliene sono grato  e mi scuso con i rossoblù di Cudini se qualche volta sono stato duro con qualcuno di loro. Tradito dalla febbre che aggredisce il tifoso, anche se d’antàn.

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