Corpus Domini, dal Sacramento alla Vita

“Tu forse dici: «È il mio pane abituale!». Ma questo pane è pane prima delle parole sacramentali; quando sopraggiunge la consacrazione, da pane diventa carne di Cristo” (S. Ambrogio, De Sacramentis, sec. V). (CLICCA QUI PER LA VERSIONE AUDIO)

“Disse [abba Isaia] riguardo alla santa comunione: “La chiamano ‘unione con Dio’: se dunque ci lasciamo vincere dalle passioni, per esempio dall’ira, dall’invidia, dal desiderio di compiacere gli uomini, dalla vanagloria, dall’odio, dall’avidità o da qualche altra passione, siamo lontani da Dio. Dov’è allora la nostra unione con Dio?”.Disse ancora: “Se celebrate le vostre liturgie e, dopo averle celebrate, una di queste passioni si agita nel vostro cuore, tutte le vostre fatiche sono vane. Dio infatti non le accoglie! ” (Abba Isaia, Ascetikon, sec V).

Se il Battesimo ci innesta profondamente nel mistero della vita trinitaria, l’Eucarestia ne è la realizzazione. Infatti la celebrazione della Divina Liturgia, come viene definita in oriente, non si limita alla sua espressione liturgica, ma si estende a tutti gli aspetti della vita. Nel culto eucaristico il frutto del lavoro dell’uomo, simboleggiato dal pane e dal vino,  diventa Cristo; ciò esprime come lo stesso lavoro, e quindi tutto ciò che nella vita facciamo per noi e per gli altri, ha come fine l’Eucarestia (εὐχαριστία): rendimento di grazie a Dio attraverso l’unione a Cristo sommo sacerdote. Forse è utile ricordare come I ministri ordinati non sono gli unici a “cristificare” le offerte e i fedeli attraverso i sacramenti, ma  “…anche i laici, operando, santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo” (Lumen Gentium 34). L’Eucarestia è vita divina sulla terra, anzi è già paradiso.

Nel “Corpus Domini” però, in modo particolare, celebriamo l’Eucarestia, intesa nella sua espressione liturgica.
L’adorazione solenne del Santissimo Sacramento, che oggi celebriamo, è stata un’espressione della preghiera che si è fatta strada nella storia della Chiesa per sottolineare la presenza reale e sostanziale del Signore nelle specie eucaristiche del pane e del vino. Nel corso dei secoli i dubbi sulla “transustanziazione” (parola che indica il cambiamento sostanziale del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo durante la preghiera eucaristica), sono sorti molte volte, coinvolgendo non di rado anche gli stessi ministri consacrati della Chiesa Cattolica. Pensiamo ai miracoli eucaristici di Lanciano (VIII sec.) e di Bolsena (1263) e alla totale conversione in carne e sangue avvenuta per rispondere al dubbio sorto ad alcuni sacerdoti mentre celebravano. Tale solennità doveva essere istituita per aiutare il clero ed il popolo a far proprio il concetto di presenza reale, di per se impensabile per la ragione umana. Fra le figure storiche che hanno contribuito all’istituzione del Corpus Domini spicca Santa Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana, la quale, profeticamente spinta dall’azione dello Spirito, ha lottato perché questa festa fosse istituita nella Diocesi di Liegi (Belgio); questo anche per contrastare un nascente movimento che negava la presenza reale di Gesù nel Sacramento. La popolarità di tale celebrazione fece sì che  si diffondesse  in tutta la Chiesa. Tant’è che Papa Urbano IV, con la bolla “Transiturus de hoc mundo”, dell’11 agosto 1264 la rese obbligatoria per la chiesa latina. Da quel momento in poi la spiritualità eucaristica ha avuto grande diffusione, sopratutto dopo il concilio di Trento, un altro periodo in cui il concetto di presenza reale andò in crisi, specie in seguito alle riforme protestanti. Per tali motivi, questa particolare attenzione verso il Corpo e il Sangue del Signore al di fuori della liturgia, è diventata caratteristica peculiare della chiesa Cattolica di rito latino. Non esiste infatti, un’altra confessione cristiana in cui le specie consacrate del pane e del vino siano così tanto circondate di rispetto e amore, non solo durante, ma anche dopo la Divina Liturgia. La presenza reale di Gesù nel Ss. Sacramento accompagna sempre la Chiesa Cattolica; proprio come l’Arca dell’Alleanza dava forza al popolo di Israele prima nel deserto e poi nel tempio di Gerusalemme. Così come le tavole della legge erano il segno tangibile dell’Antica Alleanza, allo stesso modo la presenza dell’Eucarestia lo è per la Nuova; si può dire, per analogia, che il tabernacolo è per i cattolici ciò che il Sancta Sanctorum era per gli Ebrei nel tempio di Gerusalemme: presenza reale e tangibile di Dio sulla terra.

Il Signore (secondo la narrazione dei sinottici) ha deciso di istituire l’Eucarestia nel corso della solenne veglia in cui Israele, reso schiavo, celebrava il memoriale della sua liberazione: Pèsach. Questo perchè i futuri discepoli di Gesù potessero, in continuità con l’Antica Alleanza, passare alla Nuova. In questo modo, celebrando l’Eucarestia, non solo  riviviamo la memoria di colui che ha liberato l’uomo dal peccato e dalla morte, entrambe sommerse e distrutte dalla Grazia Battesimale, ma anche la liberazione dalla schiavitù e da tutti i persecutori dell’umanità, idealmente rappresentati dal faraone e dai suoi servi, che vennero inghiottiti dal Mar Rosso per la loro ostinata volontà di violenza.

Una nota ecumenica.

Il Battesimo e l’Eucarestia sono i due pilastri comuni a tutte le espressioni del cristianesimo che si riconoscono nel Simbolo Apostolico (definito più comunemente “Credo”). Se per il Battesimo si può affermare che ci sia una grande convergenza, lo stesso non è possibile per l’Eucarestia.

Nel nuovo testamento non viene esplicitamente spiegata la presenza reale di Gesù nell’eucarestia. Per questo nella cristianità antica, semplicemente, si credeva che nutrendosi del pane consacrato ci si nutrisse di Cristo. La cosa è tanto vera che i primi cristiani erano, fra le altre empietà, anche sospettati di cannibalismo, una delle motivazioni con cui si giustificò la persecuzione  sotto l’imperatore Marco Aurelio (II sec.). Nel Vangelo di Luca si legge «Questo è il mio corpo» e «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,19-20; cfr anche; 1Cor 11,23-25); mentre in Giovanni: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (GV 6,54). È noto come l’Eucarestia venisse distribuita, motivatamente, anche al di fuori del rito, come ci viene attestato da Giustino nella sua Apologia (II sec); da qui l’origine della consapevolezza che la presenza reale nelle specie del pane e del vino permanessero anche dopo la celebrazione; leggiamo di seguito un frammento del brano: “Terminata la preghiera, vengono portati pane, vino e acqua, e il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie (eucharistias), e il popolo acclama dicendo «Amen, Si fa quindi la spartizione e la distribuzione a ciascuno degli alimenti eucaristizzati e attraverso i diaconi se ne manda agli assenti”.

Non tutti i cristiani riconoscono l’Eucarestia come sacramento; per alcune confessioni, come i battisti ed altre chiese congregazioniste, si preferisce il termine  “istituzione”.
I cristiani orientali non hanno mai dato importanza al modo della transustanziazione eucaristica, non esiste, infatti,  una dottrina ufficiale a tal proposito. Al contrario i cattolici, probabilmente a causa dei dubbi avanzati da alcuni movimenti che negavano la presenza reale, hanno dovuto definire la dottrina della transustanziazione, la quale è di origine medioevale; essa viene sviluppata in base alle categorie derivate dal sistema aristotelico (imprescindibile allora), come spesso avviene nel periodo della scolastica. Si afferma così che mentre la “sostanza” del pane e del vino mutano diventando corpo e sangue di Cristo le loro “specie” restano indistinguibili dagli alimenti originari. Ulteriori dottrine vengono sviluppate dalle chiese protestanti nel XVI sec. Lutero elabora il concetto della con-sunstanziazione, che in breve potrebbe così essere riassunta: allo stesso modo in cui sono unite le due nature (umana e divina) del Cristo, così il pane ed il vino sono uniti al corpo e al sangue di Gesù. Le dottrine di Zwingli e Calvino, seppure in modo differenziato, affermavano come la presenza di Cristo durante l’eucarestia fosse solo spirituale. L’anglicanesimo non ha mai elaborato una specifica dottrina a riguardo; bisogna considerare però che questa denominazione raccoglie in se diverse ecclesiologie. Le chiese congregazioniste e pentecostali normalmente seguono, almeno per la Santa Cena, la teologia calvinista.

Il modo in cui l’eucarestia, detta anche Santa Cena o Divina Liturgia, viene celebrata, varia molto, a seconda dei periodi storici e delle diverse tradizioni liturgiche. Attualmente l’inter-comunione (cioè la possibilità di comunicarsi presso chiese non cattoliche) è possibile solo a determinate condizioni; fra queste, la più importante, è l’impossibilità di accedere a una chiesa in comunione con quella di Roma. La validità della consacrazione eucaristica viene riconosciuta da parte dei cattolici solo alle sorelle separate orientali (greco ortodossi, copti, etiopi, armeni, siro-antiocheni e altri). Ciò a causa del fatto che la successione apostolica (quindi il sacramento dell’ordine e la possibilità di consacrare) non viene riconosciuta alle chiese riformate. Per la maggior parte di queste, dall’inizio del movimento ecumenico, la partecipazione alla Santa Cena da parte di confessioni differenti, non è attualmente un problema; per queste realtà ecclesiali, infatti, non c’è differenza sostanziale tra sacerdozio battesimale e ministeriale, quindi, virtualmente, tutti i battezzati possono celebrare e comunicarsi.

L’impossibilità di vivere insieme l’eucarestia è uno dei più grandi scandali che opprime la cristianità. Le chiese dell’ecumene sono tuttavia convinte che forzare questo passo sia controproducente. La sofferenza che scaturisce dal non poter spezzare insieme il “pane del cielo”, deve spingerci alla conversione, alla preghiera e allo sforzo comune nel cammino verso l’unità.

Felice Solennità del Corpus Domini 

Fra Umberto Panipucci