Con la scomparsa di Santino Garocchio la città è resa orfana di un esempio di talento artistico e umanità

CAMPOBASSO. Quando notizie come quella della scomparsa di Santino Garocchio giungono così, all’improvviso perché da tempo, ormai, abbiamo perso l’abitudine del frequentarci, si è colti da malinconia per l’ulteriore vuoto, uno strappo che viene prodotto nel nostro vissuto quotidiano.
Santino Garocchio chi non lo conosceva! E siccome noi, tutti, pur nella relativa immensità del nostro universo cittadino non siamo né ci sentiamo soli, proviamo la sensazione di una’amputazione, come se una parte di noi stessi ci fosse stata tolta. Conosciuto dal punto di vista professionale come un qualificato odontotecnico, Santino è stato un precursore di questa professione, un tempo del tutto nascosta.
Fino a qualche decennio del secolo che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle gli odontotecnici lavoravano all’interno degli studi di Medico Dentista, senza alcuna identità né personale né tantomeno professionale.
Santino si può dire che è stato uno dei primi, forse l’unico a sganciarsi da questa anonima sudditanza e, aprendo un proprio laboratorio, ha conferito dignità professionale a quello che era considerato solo un mestiere subalterno.
Fatto è che, grazie al suo esempio, quello che era il mestiere del tecnico di laboratorio è diventata una professione e per di più appetibile e presa in considerazione da molti giovani che si sono indirizzati verso tale apprendimento frequentando vere e proprie scuole professionali.
Tracciando questo breve ricordo di una persona a tanta gente cara e alla sua famiglia in modo particolare amata, confidenzialmente ne parliamo chiamandolo semplicemente Santino.
E già perché Santino era soprattutto un personaggio, un protagonista della quotidianità poiché amava le tradizioni, il teatro, il recitare. E qui la malinconia si fa ancora più intensa mentre ancora lì addolorati e smarriti vogliamo lo sguardo intorno sorprendendoci a contarci. Dio mio, ma in quanti siamo rimasti? Se ne sono andati in tanti in questi due anni di pandemia. Se ne sono andati da soli senza che abbiamo potuto salutarli ed elaborare il lutto stringendoci l’uno all’altro.
Santino con la genialità che lo caratterizzava, quel viso teatrale come fosse di cartapesta e l’amore per questa città e le sue tradizioni rappresentava il lievito e il motore nella messa in scena di mascherate e opere teatrali. La sua era una genialità duttile, coinvolgente. Sapeva tenere la scena, dal canto alla recitazione, dal vernacolo alla lingua.
Da autentico autodidatta aveva tratto insegnamento dalla strada, dalla piazza, dai vicoli. I suoi libri di testo sono stati gli affanni, i sogni, le gioie che la gente comune con la semplicità di uno sguardo o una smorfia comunicava alla collettività. Prendeva spunto dalla vita e traduceva in arte quello che la vita offre restituendo al pubblico la traduzione in piece teatrali o semplici sketch gli affanni e le risate. E le persone lo capivano, comprendevano il senso morale della vita che Santino Garocchio porgeva loro tramutata in arte popolare.
La passione che nutriva per la città e la voglia di affrontare, per risolverli, i tanti problemi che tutt’ora l’affliggono, è stata la motivazione per una sua discesa in politica. Insieme a Gino De Renzis, anche lui purtroppo non c’è più, a Remigio Farinaccio e Tonino Sandomenico formarono un gruppo che diede l’assalto (in senso dialettico) a Palazzo San Giorgio. Fu quella una parentesi vivace che diede una scossa al paludato sistema politico campobassano diviso tra lo strapotere democristiano e l’acrimonia di una sinistra che non riusciva a governare. Un gruppo divenuto popolare tra la gente comune che in loro vedevano i paladini in grado di avanzare quelle istanze da sempre ignorate.

La sua è stata una vita serena nonostante sia stata attraversata da cocenti dolori. Ha saputo indirizzare i suoi figli nell’apprendimento di quella professione esercitata con perizia ed onestà. Ci ha lasciato come altri ci hanno lasciato, ammutoliti e stranieri in una città che un tempo ci apparteneva e dove tutti si sentivano amici. Amici abbracciati l’uno con l’altro come si usa alla processione del Venerdì Santo quando, dolore, pietà e tradizione cementano l’appartenenza ad una comunità.
V.T.