Che tempo fa? I pregiudizi che non influenzano il clima

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Una domanda semplice quella sul tempo meteorologico, ma che spesso nasconde incredibili quanto inaspettati problemi. Se parliamo del tempo di oggi, possiamo essere tutti più o meno d’accordo, basta dare un’occhiata fuori dalla finestra per trovare la risposta. Mai perfettamente corretta, visto che le sfumature possono essere tante quante gli osservatori che sporgono la testa oltre le persiane.

Le cose si complicano in maniera esponenziale tanto maggiore è la distanza di tempo che ci separa da quella particolare giornata di Ottobre comparata con lo stesso giorno di un anno o due dopo. Una certa amnesia meteorologica sembra essere la patologia più comune di chi legge il tempo, confrontandolo su periodi molto lunghi che di solito però, per ovvie ragioni, non vanno mai oltre la naturale durata della vita di ognuno.

I ricercatori che si occupano di clima lo sanno bene, tanto bene che hanno voluto definire in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, come la percezione pubblica dei cambiamenti climatici sia influenzata da un processo cosiddetto di normalizzazione. Analizzando un campione di oltre due miliardi di twit hanno scoperto come un evento definito all’inizio insolito, se ripetuto nel corso di due o più anni, viene percepito dal pubblico in generale come normale. La ragione è da ricercarsi nell’impossibilità, del tutto umana, di valutare questi eventi su un arco di tempo che i ricercatori definiscono come serie storiche. Queste serie climatiche prendono infatti in considerazione periodi temporali estremamente lunghi e che quindi non sono sottoposti ai naturali bias cognitivi propri dell’essere umano.

Si tratta di pregiudizi più comuni di quanto immaginiamo e che sottendono a una modalità della nostra mente di far coincidere le nostre aspettative con la realtà che ci circonda. Di esempi ne troviamo a iosa nella psicologia così come nel marketing, nel gaming o nell’intrattenimento.

Pregiudizi naturali, tendenze dell’essere umano a dare un ordine e una normalità a eventi insoliti, ma del tutto spiegabili. Uno dei più conosciuti bias cognitivi è il Teorema di Morris e prende il nome dal sociologo che per primo l’ha definito. Questo pregiudizio si basa sul famoso paradosso della profezia che si autoadempie e che nella sua applicazione pratica può avere a volte disastrose conseguenze. Se un numero sufficiente di persone credono che una banca stia fallendo, nonostante la solidità dell’istituto, faranno la corsa per ritirare i loro soldi; e la banca fallirà.

Nel campo del gaming la Fallacia di Montecarlo o Fallacia del giocatore è molto conosciuto e oggi come ieri rappresenta un ottimo esempio di come l’essere umano cerchi di dare ordine a eventi che ordine non hanno. E non è necessario fiondarsi a Montecarlo per avere un perfetto laboratorio in cui compiere le nostre valutazioni razionali e obiettive di questo bias cognitivo.  Basta accedere a piattaforme digitali di gaming online come Unibet casinò per testare la validità di un principio conosciuto da giocatori e matematici. La roulette, le carte del poker, così come i numeri in generale non hanno memoria. A differenza dell’essere umano che dopo aver visto uscire il rosso per venti volte di seguito potrebbe pensare di avere più probabilità di fare centro puntando sul nero.

Niente di più sbagliato, visto che ogni evento è casuale e indipendente da quello precedente.

Simili bias potrebbero far sorridere molti di noi. Del resto è chiaro ed evidente che non c’è nessuna correlazione tra le uscite consecutive del rosso alla roulette e il successivo lancio della pallina; così come ognuno di noi nel caso dei propri risparmi è certo di decidere in totale autonomia senza salire sul carro della banda (bandwagon bias). Quest’ultimo un pregiudizio cognitivo che ci porta a credere in un’idea purché ci sia un numero sufficiente di persone che la sostengono.

E però, come nel caso del clima e delle serie storiche, esiste in ognuno di noi, come ha dimostrato negli anni ‘90 la psicologa statunitense Emily Pronin, un blind spot (punto cieco). È questa zona d’ombra introspettiva che ci induce, pur conoscendo l’esistenza di simili pregiudizi e pur essendo ognuno di noi attrezzato di una buona dose di obiettività e razionalità, a cadere in simili errori.

Ma niente panico, fa tutto parte della natura umana. E se domani vi chiederanno se il tempo vi sembra normale non abbiate paura a rispondere: non lo so.

 

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