Cattive Acque, film intenso e di denuncia. Una forte critica verso il capitalismo

Quando si tende a parlare di storie che hanno a che fare con la vita tutti i giorni, di cui potremmo essere colpiti, che aiutano a portare alla luce segreti che non avremmo voluto mai scoprire, è lì che il cinema ha la forte abitudine di penetrare l’animo umano e indurre in noi delle riflessioni. L’attore americano Mark Ruffalo ne è l’esempio lampante. L’interprete di Hulk negli Avengers, si è lasciato catturare dalla incredibile storia che ha coinvolto l’avvocato civilista Rob Bilott divenuto, nel tempo, da difensore dei colossi dell’industria al loro più acerrimo nemico. Proprio nei panni di Bilott, Ruffalo si immerge con tutto sé stesso in un’interpretazione consapevole e dignitosa. Chi però non ama follemente l’attore, fa molta fatica a giudicarlo adatto al ruolo ricoperto vista la natura stessa del lungometraggio. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Mario Correa, Matthew Michael Carnahan, deriva da un articolo del New York Times che ha scosso molte coscienze, riportandoci alla seconda metà degli anni Novanta periodo dal quale Todd Haynes celebra l’inizio del suo film. Bilott riceve la visita di Wilbur Tennant (Bill Camp) un fattore locale che gli fa notare come la terra che coinvolge la sua fattoria e la zona circostante sia stata avvelenata dagli scarichi chimici di una raffineria non troppo distante. Pur inizialmente negligente, il protagonista inizierà ad indagare di sua spontanea volontà portando alla luce questioni molto delicate che coinvolgono l’intera popolazione della cittadina Parkersburg nella West Virginia.

Proseguendo nella visione risulta complicato rimanere impassibili di fronte a quanto scopre Bilott (considerando che è una storia realmente accaduta). Il lungometraggio, conseguentemente, non è un campanello d’allarme nel pubblico – che comunque, per chi non conosce la storia, rimane avvisato – ma è una presa di coscienza su ciò che potrebbe accadere anche a noi. E’ un film che celebra la caparbietà di un uomo che non si definisce un eroe, ma che ha deciso di schierarsi dalla parte dei più deboli diventando l’incubo delle corporazioni disposte a passare sopra a tutto pur di fatturare una cifra alta con parecchi zeri al termine dell’anno. Cattive acque, grazie anche alla regia di Haynes, sempre sul pezzo e capace di non distanziarsi dalla vicenda, e alla fotografia impeccabile Edward Lanchman (Parkesburg circondata da una colta di grigiore sporco), diventa quindi un’opera di denuncia verso quegli imperi capitalisti (in questo caso la DuPont) consapevoli delle loro malefatte. Il veleno invisibile in quest’opera è il Teflon, prodotto comunissimo presente sulle padelle delle famiglie americane. Haynes si spinge forse un po’ oltre inserendo nel suo lavoro alcuni tratti horror utili ad alzare il livello di tensione in sala.

Non è peccato inserire Cattive acque in una lista di film categorici d’inchiesta e di denuncia come Spotlight (nel quale tra l’altro c’è anche Ruffalo), The Post, Insider, Tutti gli uomini del Presidente e altri. E’ un lungometraggio di forte impatto sociale che merita di essere visto anche per una questione di consapevolezza. A volte il nemico da affrontare è invisibile, e anche se noi lo vediamo tendiamo a girarci dall’altra parte facendo finta che va tutto bene. Rob Bilott è l’esempio di cosa succede quando non ci lasciamo assorbire dall’indifferenza ma andiamo fino in fondo alla comprensione delle questioni. Questo è merito anche della moglie Sarah interpretata dalla sempre affascinante Anne Hathaway

Stefano Berardo

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