Campobasso, i tifosi si aggrappano al mercato: “E’necessario intervenire”. Ma lo stadio è sempre più vuoto…

di Leandro Lombardi

Tabellini impietosi, specie in casa. Non c’è da farne mistero. Dei numeri si è detto già tutto e sono stati sciorinati in tutte le salse. Si è puntato (giustamente) il dito sulle dieci gare casalinghe con una sola vittoria, fattore che stride maledettamente con chi va a caccia della salvezza; si sono analizzati i ‘guai’ difensivi, roba da una quarantina di gol sul groppone; si è parlato persino della progressiva perdita di identità con moduli camaleontici, ribaltati, talvolta improvvisati, prima richiesti a gran voce e ora messi tra le principali cause dello smarrimento. Fin qui, siamo nell’ordinario. Il tifoso, si sa, può e deve dire tutto, gli è consentita persino l’arte del contraddirsi da una domenica all’altra, purchè rientri (così si sente dire) nella critica costruttiva.

In soldoni, e per farla breve, vi è quanto segue: il Campobasso ha dei problemi. Tutto altrettanto chiaro. La piazza invoca, a ragione, dei puntelli dal mercato (difensivi, in primis), quest’ultimo mai ignorato dalla società stessa, che si è detta pronta, con quello che c’è sul piatto – e solamente con quello che c’è – ad intervenire per regalare a Cudini dei rinforzi. Il mantra è presto detto: voli pindarici out, da dimenticare e riporre nel cassetto. Non che si debba arrivare allo scomodo detto “friggere con l’acqua”, dunque, ma a un qualcosa che somigli alla necessità virtù. Perchè se è vero che il principio della fiducia rimane in alto, è innegabile che, così come sono, i rossoblù risorti, rischiano di retrocedere, un danno che andrebbe a mortificare lo stesso progetto pluriennale portato avanti dall’attuale società. Tutto questo, ne siamo certi, è ben impresso nella mente di chi ha ridato dignità calcistica alla piazza. Depauperare la stessa creatura – che oggi chiamiamo in scioltezza ‘asset’ – assemblata e riportata in auge, non può interessare nessuno, men che meno un patron che dopo l’ombroso e incompiuto affaire Rizzetta, si batte per rinforzare la base societaria. Gesuè, fermandoci ai numeri e all’ultimo triennio, merita tutta la fiducia possibile.

Ciò che non torna, lasciatecelo dire provando a ribaltare la clessidra, è quella inguaribile tendenza narcisa della piazza, che conquista e poi si spegne. Che riesce a dare tanto quando c’è da scalare (categorie), meno quando c’è da conservare e soffrire. Un vecchio vizietto, paragonabile ad un’altalena tutta umorale, all’inquietudine anti-progettualità, spesso accompagnata dal petto gonfio e dalla voglia di spaccare il mondo, subito, adesso, anche se si è delle umili matricole in terza serie. Incapace di evolvere, compattarsi, dando seguito alle critiche con partecipazione fattiva, torna ad amare il divano, l’amico fedele dell’ultimo ventennio senza squilli, dal quale è improvvisamente e di nuovo attratto. Il crollo delle presenze con Catanzaro e Avellino, non proprio le ultime arrivate, va in questa direzione: uno spettacolo quasi desolante, un trend resosi evidente con il passare delle giornate, pur essendo (è qui il paradosso cardine) in linea con gli obiettivi di inizio anno, forse mal digeriti. Con gli irpini è sembrato persino di giocare fuori casa, se non fosse stato per gli eterni combattenti ultras della Nord. E si fa fatica a giustificare la scomoda realtà sottaciuta con il caro biglietti. Più realistico ricondurre il distacco alla serie A in contemporanea, ‘mostro’ sempre vivo, o peggio ancora alla scarsa voglia di sostenere per salvarsi. Se l’analisi madre, inedita, partisse prima da dentro? A volte, lo diciamo a bassa voce per non far troppo rumore, si ha l’impressione di non essere pronti per costruire. Molto più per distruggere. Su quest’ultimo aspetto la Campobasso calcistica sembrerebbe non aver rivali.