Blu profondo

di Marianna Meffe

Apprezzi quello che hai solo quando lo perdi. O quando sembra assolutamente irraggiungibile.

Il 20 luglio 2021 il primo volo spaziale della capsula New Shepard con a bordo esseri umani è decollato dal Texas occidentale: programmato dalla Blue Origin, società creata da Jeff Bezos, il volo è stato una sorta di avanscoperta per il turismo spaziale.

Ma, all’indomani della gita spaziale del fondatore di Amazon, le critiche si concentrano sulle dichiarazioni rilasciate all’atterraggio: Bezos, ammaliato dalla vista della Terra da lontano, ha fatto ritorno con un rinnovato sentimento ambientalista. E dell’urgenza della ricerca di una soluzione per salvare il pianeta, Jeff ha avanzato una proposta a dir poco surreale: perché non portare trasferire le industrie più inquinanti e i rifiuti nello spazio?

In realtà, al di là dei caratteri tragicomici di questa dichiarazione, Jeff non è il primo a riscoprirsi ambientalista dopo un viaggio nello spazio.

Tra i viaggiatori spaziali questo effetto è talmente comune da avere persino un nome: effetto della veduta d’insieme.

Lo spirito ambientalista ha infatti tratto proprio dalle missioni spaziali una spinta non indifferente: è solo grazie a loro che abbiamo potuto vedere il nostro pianeta da un punto di vista così diverso e insieme così terrificante.

Terrificante perché ci mette di fronte al fatto compiuto della nostra infinita piccolezza nei confronti di un Pianeta così grande e bello e allo stesso tempo così fragile e vulnerabile.

Ammirare il pianeta solo e senza appigli, immerso nel blu dello spazio profondo, ha suscitato il desiderio collettivo di proteggerlo: fu solo a quella vista, infatti, che l’astronauta Alan Shepard raccontò di essersi messo a piangere. E di aver sentito la necessità di dover fare di più.

Altri astronauti, tornati sulla Terra, si sono dati alla predicazione, al volontariato, alla meditazione trascendentale: hanno insomma sentito l’urgenza di un profondo e radicale cambiamento di vita, memori di un insegnamento che li ha scossi nel profondo e che forse era troppo grande per essere processato con forme canoniche.

La prima, celebre foto del Pianeta Blu visto dai recessi dello spazio, risale al 1972, in occasione della missione Apollo 17, scattata dagli astronauti 5 ore dopo il decollo.

Bastano 5 ore di viaggio immersi nel nulla perché il pianeta che quaggiù viviamo in maniera così diretta e a volte così scarna, diventi un punto luminoso nello spazio, una meraviglia del creato verso la quale si sente, istintivo, un bisogno di protezione.

Infatti, Blue Marble (biglia blu) non è stata una semplice foto, ma uno spartiacque della storia che ha fatto da catalizzatore della nascita del movimento ambientalista di quegli anni.

E benché ad ammirare quel panorama dal vivo siano state solo poche persone, quella foto ha toccato gli animi anche di chi è rimasto quaggiù: è anche grazie a lei se, per esempio, abbiamo attivato protocolli come quello di Kyoto.

E che abbiamo avuto coscienza della profonda contraddizione che ci lega: la Terra ci protegge dall’inclemenza dello spazio, ma neppure lo spazio infinito può proteggerla dalla nostra inclemenza.