«Anna Minchella capace di intendere e di volere»: l’esito della perizia sull’infermiera “killer”

L'avvocato Ricci: «Siamo soddisfatti, perché è stato stabilito che l’imputata può sostenere il processo»

ISERNIA

Anna Minchella era capace di intendere e di volere. Nuova udienza preliminare, oggi al Tribunale di Isernia, del procedimento che vede coinvolta l’infermiera in servizio al Santissimo Rosario accusata di aver ucciso Celestino Valentino, pensionato di Pratella (Ce), costringendolo a ingerire dell’acido mentre era ricoverato proprio all’ospedale di Venafro. Il Gup, Arlen Picano, ha aggiornato l’udienza a maggio, per consentire l’esame della perizia presentata nei giorni scorsi dal consulente tecnico del tribunale. «Siamo soddisfatti – ha detto il legale di fiducia dei familiari della vittima, Alfredo Ricci – perché la perizia stabilisce che l’imputata è capace di intendere e volere e dunque può sostenere il processo». La sentenza è attesa per giugno.

Sin dall’inizio gli inquirenti e gli investigatori dell’Arma dei Carabinieri avevano le idee chiare sull’omicidio avvenuto nelle corsie dell’ospedale di Venafro e sull’identità dell’infermiera accusata di aver ucciso Celestino Valentino, 76enne di Pratella, ricoverato nel reparto di lungodegenza, iniettandogli dell’acido in bocca con una siringa a spruzzo. Quel giorno l’indagata non doveva trovarsi in ospedale. Invece alcuni testimoni l’avevano vista entrare nella stanza della vittima e uscire dalla stanza accanto passando da un bagno comunicante. Poco prima aveva acquistato l’acido cloridrico in un supermercato vicino all’ospedale. Tutta la scena era stata ripresa dalle telecamere dell’attività commerciale. Ma la svolta delle indagini c’è stata quando si sono conclusi gli accertamenti effettuati dal Ris. Anna Minchella deve rispondere di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, dall’uso di sostanze velenose e dall’impossibilità della vittima di difendersi, a causa delle sue gravissime condizioni di salute. Chiaro il movente: la donna era furiosa per il suo trasferimento all’ospedale di Isernia. E la rabbia è diventata incontrollabile quando, un’ora prima del delitto, ha avuto un colloquio con la figlia della vittima, sua collega, scoprendo che la donna era riuscita ad evitare il trasferimento perché, grazie alla 104, le era stata data la possibilità di restare a Venafro per prendersi cura del padre.

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