Amare l’amore prima di tutto

XIII Domenica del tempo ordinario (A)

Commento a Mt 10,37-42

Il capitolo 10 di Matteo è un vero e proprio vademecum per l’evangelizzazione. Esordisce infatti  con l’istituzione dei dodici e l’invio dei discepoli, i quali ben indirizzati dalle raccomandazioni del loro Maestro, fanno “buona pesca”. Concentriamoci però sulle righe di Matteo che la liturgia di questa domenica ci offre. Se nei versetti precedenti Gesù si era soffermato sul tema del coraggio, raccomandando di non temere i tiranni del mondo, ma piuttosto Dio, stavolta la minaccia a cui ci si riferisce è molto più subdola, perché tocca ciò che per l’uomo dell’epoca era sacro-santo: il padre, la madre, i legami familiari ed implicitamente tutte le tradizioni e le istituzioni. Gesù, specie nella narrazione matteana, non  vuole mettere in discussione ne abolirle nulla, ma semplicemente ordinare gli elementi istituzionali rispetto a quello che, per un suo seguace, doveva essere il valore assoluto: il Vangelo, l’annunzio portato da Lui nel mondo con la sua carne e il suo sangue.

+In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me+

La radicalità espressa in questi versetti potrebbe confondere il neofita, infatti per comprenderli è necessario applicare alcuni criteri interpretativi. Tale  operazione, anche per i praticanti, non è scontata.  Per applicare questi princìpi è però necessario avere una buona cultura biblica e purtroppo sono relativamente pochi i cristiani cattolici che l’hanno acquisita, tuttavia dopo il concilio questa tendenza va invertendosi, ma non abbastanza velocemente, a mio (modesto) avviso. Probabilmente questo è avvenuto perchè la chiesa cattolica (ed in genere le chiese post conciliari, fino al XVI sec.) ha ritenuto sconveniente permettere a tutti di accedere ai testi sacri e di interpretarli. Il motivo è semplice, l’interpretazione delle Sacre Scritture richiede delle conoscenze specifiche ed approfondite. Anche Gesù ha frequentato delle scuole e studiato i testi talmudici (che erano i libri di teologia di allora), tant’è che si possono trovare dei riferimenti nei suoi discorsi. Inoltre bisogna considerare che nelle epoche passate il tasso di analfabetismo era altissimo. Le chiese protestanti hanno dato la possibilità a tutti di accedere alle Scritture a partire dal XVI sec, permettendo a chiunque di  interpretarle personalmente, tuttavia questo doveva avvenire in un preciso quadro dottrinale e teologico, anche se meno rigido di quello sistematizzato dalla Chiesa Cattolica. Oggi tra catechismo e insegnamento nelle scuole tutti sono in grado di accedere ai rudimenti per la lettura e la preghiera biblica, c’è voluta però una mediazione fra liberalizzazione e necessaria preparazione, per accostarsi al mondo delle Scritture. Ovviamente ciò che a che fare con Dio include sempre la presenza e l’invocazione dello Spirito, senza di esso leggere e interpretare la Bibbia diventerebbe un mero esercizio intellettuale. Concludiamo questo inserto con le parole di San Pietro: “Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione” (2Pt 1,20). Ovvero: l’interpretazione della Sacra Scrittura va sempre eseguita all’interno di un contesto ecclesiale e dottrinale ben identificato.

Uno dei criteri a cui accennavo sopra è quello della “non contraddizione”: Gesù non può affermare un principio in un discorso per poi negarlo in un altro. Il IV Comandamento ci chiede di onorare la Famiglia, sopratutto attraverso il rispetto dei propri genitori, tale precetto andava esteso anche a tutte le autorità religiose e politiche, questo fa sorgere in noi subito una domanda: “Come può Gesù contraddire la legge mosaica?”. Semplice: Gesù sta implicitamente dichiarando di essere Dio! Egli infatti va amato sopra ogni cosa, con tutto il cuore, la mente e le risorse a disposizione. Andando oltre, scopriamo il vero fine di queste parole,  ovvero: preparare i discepoli al superamento della visione di una famiglia e di una società  chiusa in se stessa, solidale solo verso i propri membri ed ermeticamente chiusa verso chi è esterno alle rispettive cerchie di appartenenza. Lo stesso discorso, oltre al livello familiare in senso stretto, deve essere applicato anche in riferimento alla cultura, la religione e la patria. Se l’amore verso Dio è al primo posto ogni altra sua espressione trova la giusta collocazione. Solo cosi, non si avranno faide o guerre, ne per la conquista di risorse economiche, ne per religione: Gesù vuole essere riconosciuto ed amato in ogni uomo, senza disprezzare le tradizioni e le istituzioni. Proponendo sé come modello Cristo vuole sovvertire un modo di vedere che giustifica divisione e l’esclusivismo, i quali permetteno ad  astio, diffidenza e conflittualità di diffondersi sempre più.

+chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.+

La Croce non è solo l’ordinaria sofferenza che ogni uomo e donna sopportano a causa della loro ed altrui fragilità; saper soffrire con dignità è una virtù condivisa da tutte le culture e le religioni, lo specifico della “croce cristiana” è la condanna che il mondo ci dà perchè apparteniamo a Gesù. Un giudizio di morte che può colpire anche chi, obbedendo alla propria coscienza, il sussurro di Dio nel cuore di ciascuno, è cristiano senza saperlo (San Giustino definiva questi fedeli inconsapevoli “discepoli del Verbo”).  Il Cambiamento che Gesù vuol portare nel mondo non può che attirare l’ira e la persecuzione da parte di chi vuol mantenere tutto com’è, al fine di difendere ed accrescere  prestigio e potere. Non si può essere cristiani e vivere senza anelare ad una profezia intrepida. La vita nella visione di Gesù, va vissuta nella logica del dono, in cui trova la sua pienezza di realizzazione e di senso. La Trinità esprime pienamente questa visione: Il Padre ci dona il Figlio (Gv 3,16), questi ci dona la Vita e ci Invia lo Spirito che spira dal Padre (Gv 16,5-7), lo Spirito si dona a noi portandoci il Figlio e il Padre. In questo dono totale niente si perde, ma diventa inno di Gloria. così è la vita dell’uomo che la spende per amore ad immagine della Trinità, pur perdendola agli occhi del mondo la riacquista tutta, anzi ritorna a lui come Grazia centuplicata.

+Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».+

Si può andare in cielo grazie a un bicchiere d’acqua fresca? Sì, ma dipende a chi lo si dà e perchè. Anche un gesto così semplice potrebbe costare parecchio se fatto verso un perseguitato. I tiranni puniscono severamente chi sostiene e aiuta i loro dissidenti. Ecco che anche un gesto semplice ed apparentemente banale può diventare un Gesto eroico, una professione di Fede ed una presa di posizione. Ancora una volta Gesù rivela la sua figliolanza divina: accoglierlo vuol dire  far entrare Dio nella propria vita e quindi anche nella storia dove questa vita s’incarna. Degno di nota è il ricorrere del concetto di accoglienza, in una società chiusa in se stessa e in perenne conflitto, come quella in cui viveva Gesù (a cui la nostra si sta spaventosamente avvicinando)il concetto di accoglienza doveva avere un impatto rivoluzionario. Oggi quella che, dopo le terribili guerre del secolo scorso, sembrava un categoria acquisita sta diventando sempre più un concetto in crisi. Eppure l’accoglienza è alla base della spiritualità evangelica, a partire da quella di Maria nei confronti di Dio (Lc 1,38), fino ad arrivare a quella di Gesù, che accoglie la samaritana (Gv 4), la pagana siro-fenicia (Mc 7, 24-30) e  il peccatore più incallito (Lc 19,1-10), solo per citare alcuni esempi. L’accoglienza è fondamentale anche per il suo essere condizione indispensabile perché ci sia Amore: lo stato d’essere che porta Dio nell’uomo e l’uomo in Dio.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

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