40 anni fa… Giovanni Paolo II e la “società senza padri”

di don Mario Colavita

Sono passati 40 anni dal quel 19 marzo 1983 quando Giovanni Paolo II metteva piede in terra molisana. In verità l’ultimo successore di Pietro in Molise dobbiamo cercarlo in epoca medioevale. Ricordo che prima della visita del papa ci fu un grande movimento non solo “materiale”, l’evento mise in moto le migliori energie spirituali e pastorali della diocesi. 

Parrocchie, associazioni, gruppi, movimenti, tutti a riflettere sulla figura del papa, il magistero, la chiesa, Cristo. Come una grande convegno la visita di papa Woityla mise fuori energie buone della chiesa di Termoli e Larino.

Sono passati 40 anni, le cose sono profondamente cambiante le diocesi di Termoli e Larino sono diventate una Termoli-Larino, il clero, le parrocchie, il popolo si è rinnovato. 

Si sono alternati i vescovi: Ruppi, D’Ambrosio, Valentinetti, De Luca. La crisi del cambiamento d’epoca si fa sentire nella vita pratica delle parrocchie, associazioni, gruppi e movimenti.

In un quarantennio sono cambiate tante cose e ancora cambieranno. I cristiani che praticano la messa domenicale sono scesi forse al 5%, le parrocchie sono diventate più povere di partecipazione, giovani e adulti preferiscono altre proposte che a quella della vita cristiana adulta. 

L’impostazione della vita parrocchiale più o meno è rimasta a quella di 40 anni fa, si è rinnovata la catechesi, almeno nei suoi contenuti, la liturgia e il modo di celebrare ha fatto un salto di qualità, almeno dove il prete è formato insieme ai laici, la sensibilità ai poveri e l’aiuto sono cresciuti di numero e di qualità. La chiesa Italiana dal 1985 beneficia dell’8 per mille fonte di sostentamento per i 30 mila sacerdoti, le opere di culto e pastorale, l’edificazione di nuove chiese e il sostegno alle caritas.

In questo scenario le celebrazioni del ricordo della visita di Giovanni Paolo II incentrate sul fatto educativo e sui segni concreti di carità. 

Cosa lasceranno sul campo delle parrocchie di Termoli, protagoniste dell’evento? sarà il tempo a dircelo.

Rimane l’appello che il papa polacco lanciò dalla piazza gremita all’imbrunire del 19 marzo 1983 festa di san Giuseppe: la società senza padri.

Il papa parlò di compito grande della paternità “al quale non pochi genitori, oggi, sono tentati di abdicare, optando per un rapporto “alla pari” con i figli […]. Qualcuno ha detto che oggi stiamo vivendo la crisi di una “società senza padri”.

Queste parole colpiscono ancora perché sentiamo la difficoltà di tanti padri di fare i padri. C’è chi ha detto che il padre è oggi emotivamente assente. Essere padri vuol dire servire la vita e la crescita, comunicare ai figli il senso e il valore della vita, l’importanza fondamentale dell’educazione umana, sociale, culturale e spirituale. 

A sessant’anni del libro di Mitscherlich, sulla società senza padri (1963), assistiamo ad una società dei papà o dei “mammi”. Lo scrittore e poeta  Milan Kundera, scriveva nel 1997: “gli uomini si sono papaizzati. Non sono più padri, ma solamente dei papà, ossia dei padri cui manca l’autorità di un padre”.

Nel gorgo della crisi dell’identità di genere dove non si riesce più ad essere chiari su ciò che si è o ciò che non si è fanno riflettere le parole Telemaco, figlio di Ulisse che dice nei confronti del padre: “Se quello che i mortali desiderano, potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”. Desiderare il ritorno del padre vuol dire ri-dare al padre il suo posto nella vita familiare e nella società. 

Questo desiderio, perciò, dovrebbe essere accompagnato almeno da tre elementi: l’azione di un’attenzione educativa, sociale e politica per riavvicinare il padre alla vita dei figli; la necessità di individuare un percorso pedagogico appropriato per un sano sviluppo umano (onde evitare il dramma dei figli eterni adolescenti); infine è necessario tornare a seminare per insegnare la bellezza dei legami familiari: paternità, maternità e coniugalità. Così sarà possibile creare radici salde per la famiglia, fondanti un sentimento paterno attento al valore della vita. 

La poca presenza di paternità è al contempo causa ed effetto della malattia della libertà e pertanto di quell’offuscarsi dell’esperienza umana elementare di rapporto tra l’io e la realtà mediante la quale l’uomo accede alla verità. 

Se esiste oggi una difficoltà nel fenomeno educativo come tale, è la difficoltà a riconoscersi figli e quindi ad essere padri. 

Quel giorno a Termoli Giovanni Paolo II non si fermò alla denuncia di una società senza padri, diede anche suggerimenti utili per ri-trovare le qualità dei padri: Tenerezza, serietà, comprensione, rigore, esercizio dell’autorità, attraverso di esse, disse il papa: “i figli potranno crescere armoniosamente, dominando le proprie paure e disponendosi ad affrontare con coraggio le incognite della vita”.

Sarà questo l’invito e la sfida: portare avanti quel patto educativo (dice tutto e niente) in cui i primi attori di educazione rimangono i genitori insieme alle agenzie educative (scuola, parrocchie, associazioni) per scommettere sul futuro di una nuova generazione di padri e madri.

È una scommessa e un impegno, ne va del futuro della società e della Chiesa.