Tiroide. Fondazione prima per interventi, al secondo posto ‘Villa Esther’ di Bojano

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Il portale www.doveecomemicuro.it, che si occupa di ‘public reporting’ delle strutture sanitarie italiane, questo mese ha realizzato un approfondimento sul tumore alla tiroide e le patologie tiroidee (ipotiroidismo e ipertiroidismo). A livello regionale, al 1° posto c’è la Fondazione Giovanni Paolo II di Campobasso (41 interventi) seguita dalla Casa di Cura Privata Villa Esther di Bojano (12). A livello nazionale, invece, al 1° posto c’è l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana – stabilimento Cisanello, seguita dal Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, l’Ospedale di Padova, l’Ospedale Borgo Trento di Verona e l’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale. Piccola ghiandola situata alla base del collo, la tiroide gioca un ruolo importante nel regolare il metabolismo di tutto il corpo grazie alla produzione di due ormoni: la tiroxina (T4) e la tri-iodo-tironina (T3). Anch’essa, come gli altri organi, può sviluppare tumore. ”La neoplasia alla tiroide rappresenta il 4% di tutti i carcinomi umani. La sua incidenza negli ultimi 20 anni è andata crescendo, ma ciò dipende probabilmente dalla migliorata capacità diagnostica. Grazie all’introduzione dell’ecografia, infatti, oggi riusciamo a individuare noduli di piccole dimensioni che in passato sfuggivano al nostro controllo”, spiega Rossella Elisei, Professore Associato di Endocrinologia e Dirigente Medico Unità Operativa Endocrinologia presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana. “In percentuale, le donne sono molto più interessate da questo tumore rispetto agli uomini, in un rapporto di 4 a 1, mentre la fascia di età più coinvolta è quella tra i 45 e i 50 anni”. L’ecografia può raccontare molto sulla natura di un tumore alla tiroide, ma alla diagnosi si arriva mediante agoaspirazione in associazione all’esame citologico. ”In pratica, si esegue un prelievo dal nodulo e si analizzano le sue cellule in laboratorio. Questa fase diagnostica è di pertinenza dell’endocrinologo: è molto importante che questi abbia esperienza nella esecuzione dell’agoaspirazione e lo stesso vale per il citopatologo per quanto riguarda la lettura del vetrino”, spiega l’endocrinologa. “Se il nodulo risulta maligno, l’intervento di scelta è la tiroidectomia, cioè l’asportazione chirurgica della tiroide. In alcuni casi, però, è più indicato un intervento conservativo di lobectomia o – quando il carcinoma è al di sotto del centimetro e il paziente è d’accordo – può bastare una vigile osservazione: cioè un monitoraggio del nodulo ogni 6 mesi per i primi due anni e a seguire una volta all’anno, per capire se tende a espandersi”. Le strutture pubbliche o private accreditate che nel nostro Paese effettuano l’intervento per tumore alla tiroide sono 338: il 48% si trova al nord, il 24% al centro e il 28% al sud. Della totalità degli interventi eseguiti il 45% è stato effettuato al nord, il 30% al centro e il 24% al sud. “Per orientarsi, è importante innanzitutto osservare l’esperienza maturata dalla struttura”, spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del comitato scientifico di https:// www.doveecomemicuro.it . “L’alto volume di interventi, infatti, secondo quanto dimostra un’ampia letteratura scientifica, ha un impatto positivo sull’efficacia delle cure”. Altrettanto importante è il follow up, cioè la presa in carico del paziente dopo l’operazione. “È essenziale che a seguire il paziente dopo l’intervento sia un endocrinologo esperto di tumore alla tiroide o, in alternativa, un medico nucleare, qualora si rendesse necessaria la terapia radiometabolica”, spiega Rossella Elisei. Se il tumore alla tiroide rappresenta un evento abbastanza raro, sono invece molto comuni il gozzo e le patologie tiroidee. Il primo è un ingrossamento della ghiandola, dovuto a carenza di iodio, al cui interno possono svilupparsi uno o più noduli. Le seconde – ipotiroidismo e ipertiroidismo -, sono dovute a un malfunzionamento della tiroide. Gli italiani interessati da questi disturbi sono circa 6 milioni, cioè ben il 10% (8 volte su 10 si tratta di donne). ”Si stima, inoltre, che ben il 70% degli over 50 nel nostro Paese abbia un nodulo alla tiroide. Soltanto in un 5% dei casi, però, questo è un tumore maligno. Per questa ragione, non viene presa in considerazione l’ipotesi di un’ecografia di screening a tappeto, in quanto allarmerebbe inutilmente la popolazione senza che vi sia una patologia realmente in atto. L’esame viene proposto, quindi, solo se sussistono fattori di rischio, come ad esempio la familiarità o un aumento di volume della ghiandola. La principale forma di prevenzione è l’assunzione di sale iodato. Questo alimento è consigliabile a tutti indistintamente perché consente di raggiungere il giusto apporto del minerale. Ovviamente è bene non abusarne perché, come è noto, il sale favorisce l’ipertensione”. Per capire se è in atto un malfunzionamento della ghiandola, è sufficiente effettuare il dosaggio del TSH: l’ormone tireo-stimolante prodotto dall’ipofisi, ghiandola che controlla la tiroide. Se il valore è al di sopra dei parametri di riferimento significa che la tiroide lavora poco, se è al di sotto che lavora troppo. Altri esami utili sono il dosaggio dell’FT3 e dell’FT4 e degli anticorpi anti-tiroide.”Questi esami vengono consigliati preventivamente in presenza di fattori di rischio quali ad esempio familarità, poliabortività o difficoltà a concepire. Il malfunzionamento della ghiandola, infatti, può anche ostacolare l’avvio di una gravidanza e aumentare il rischio di aborto spontaneo”, spiega l’endocrinologa.” Se il difetto non viene corretto con il giusto dosaggio di farmaci, si ha una maggiore probabilità di andare incontro a parto prematuro o di avere un bambino di basso peso alla nascita. Per queste ragioni, è importante che la donna con tireopatia venga monitorata per tutta la gravidanza dal punto di vista endocrinologico oltre che ginecologico”.

 

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