SALUTE- Tumori al seno in aumento ma diminuisce la mortalità

Secondo recenti studi di tumore al seno si muore sempre di meno anche se i casi sono in costante aumento. Come riportato da “La Repubblica” solo nel 2016 se ne sono registrati 50mila, a fronte dei 48mila dell’anno precedente. Con il picco maggiore che si rileva tra i 50 e i 69 anni, l’età più a rischio. La guarigione invece riguarda l’80-90 per cento delle donne colpite dalla neoplasia. Un grande successo (della ricerca e della terapia) se si pensa che circa 25 anni fa le donne “guarite” erano il 60 per cento. Ma anche il dato negativo, quello che corrisponde alla mortalità, va gradualmente erodendosi, con una diminuzione che sfiora il 2 per cento all’anno. Ancora numeri. In Italia ammontano a circa 692mila le donne a cui è stata fatta la diagnosi di tumore al seno, mentre l’incidenza maggiore si registra al nord con 126,9 casi su 100mila rispetto al centro e al sud, ex aequo con 111,2 casi. Cifre, studi e novità terapeutiche arrivano da Napoli dove da qualche ora è iniziato (e durerà due giorni) il convegno del Breast Journal Club dedicato a “L’importanza della ricerca in oncologia” e, in particolare, al primo e più diffuso tumore femminile.
Due i fattori alla base dei progressi ottenuti su tutti i fronti: i nuovi protocolli di trattamento personalizzati e la prevenzione. Ma quest’ultima funziona, premette Stefania Gori, direttore di Oncologia medica dell’ospedale Don Calabria di Negrar (Verona)  e presidente eletto dell’Aiom, ma non in modo omogeneo in tutto il Belpaese. Per il tumore al seno, rivela la Gori, ben “il 45 per cento delle italiane non si sottopone agli esami indispensabili a diagnosticarlo in fase precoce”. Una situazione che vede alcune regioni, soprattutto del sud, in forte ritardo. Come accade in Campania, aggiunge la specialista, dove “si registra una delle percentuali più basse di adesione al programma di screening, con il 63 per cento delle donne che non si sottopone alla mammografia, un test salvavita”.
E i risultati, meno lusinghieri, si fanno sentire. A partire dalla sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi che in Italia è dell’85 per cento e nel meridione arriva all’81. Possibile? Sì, finché la rete oncologica non funzionerà dappertutto nello stesso modo. Sabino De Placido, ordinario alla Federico II di Napoli, spiega senza mezzi termini che per trattare correttamente i tumori è necessario avere come punto di riferimento centri di eccellenza collegati tra loro: “In un ospedale in cui si affrontano pochi casi all’anno, i risultati a lungo termine saranno sicuramente peggiori rispetto a quelli ottenuti nei centri ad alta specializzazione. Insomma, il concetto di rete significa che anche una struttura periferica deve poter dialogare con una sede centrale che faccia da Hub. Poi certo, è anche importante consentire al paziente di curarsi vicino casa, purché questo garantisca il miglior trattamento possibile”.

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