I nostri dati valgono … ed in California ora ‘si comprano’!

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Negli ultimi due mesi, con l’applicabilità del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati n. 679/2016 (anche “GDPR”), le nostre caselle mail sono state prese d’assalto dal termine “privacy”.

Come per magia, d’improvviso, aziende e brand di cui siamo -o non siamo mai stati-  clienti hanno voluto informarci che loro “ci tengono” alla protezione dei nostri dati.

Eppure spesso siamo stati vittime, proprio da parte di quelle stesse aziende, di operazioni di marketing sfrenate, di comunicazioni commerciali non supportate da un consenso al trattamento dei nostri dati per tali finalità e così via.

È evidente che l’avvento del GDPR ha spaventato tutti, grandi e piccini, soprattutto per le sue ingenti sanzioni in caso di mancato adeguamento alla nuova normativa.

La domanda da porsi oggi è: “quindi regolamentare il settore privacy è la soluzione per sensibilizzare il mercato e per tutelarci rispetto a trattamenti illeciti?”.

La risposta è semplice. In generale sì, è una soluzione, ma la verità è che i dati, la privacy, la liceità del trattamento erano tutti concetti già esistenti ed il settore era già regolamentato, anche se in modo differente.

Di particolare interesse, allora, è la scelta dello Stato della California che, con la recentissima pubblicazione del CCPA (California Consumer Privacy Act), ha introdotto la prassi della “monetizzazione” dei dati, affiancandola ad una nuova normativa che va a regolamentare il trattamento dei dati dei consumatori californiani.
Il CCPA contiene una sezione, la n. 1798.125, in cui si legittima esplicitamente la valorizzazione economica dei dati: un consumatore potrà, a certe condizioni eque e trasparenti, acquistare servizi o beni, o parti di essi, conferendo propri dati personali e accettando che essi siano trattati dall’impresa per suoi fini commerciali e di marketing.

Di conseguenza un’azienda potrà offrire incentivi finanziari, comprese agevolazioni ai consumatori come compensazione nell’acquisto di beni (“including payments to consumers as compensation …”) o diversi livelli o qualità di beni o servizi, in base ai dati forniti dal consumatore ad al trattamento che questi ne autorizzerà.

Naturalmente tale impostazione ha reso necessarie delle prescrizioni rigide per le aziende, quali l’autorizzazione preventiva del consumatore a tale attività, descrivendo preventivamente i termini materiali del programma di incentivi finanziari e consentendo al consumatore di revocare il consenso prestato in qualsiasi momento.

I “fondamentalisti” europei della privacy avranno certamente gridato al sacrilegio, all’americanata, eppure l’introduzione innovativa del CCPA potrebbe rappresentare il futuro della protezione dei dati. In che modo?

Non certo come effetto deterrente per le aziende rispetto ad operazioni di marketing meno invasive!

Anzi, i c.d. OTT (Over The Top) quali Google, Facebook, ecc. certamente non avranno alcun problema ad incentivare economicamente i consumatori in cambio dei loro dati, in quanto nessuna cifra potrà spaventare il loro strapotere economico. Piuttosto “comprare” il dato attraverso un incentivo al consumatore potrebbe risultare per loro una via più rapida per legittimare il trattamento.

Ed allora la vera innovatività della monetizzazione dei dati potrebbe risiedere nella reale e definitiva sensibilizzazione dei soggetti deboli del mercato (consumatore, interessato, in generale colui a cui i dati si riferiscono): oggi siamo abituati a rinunciare alla nostra privacy pur di navigare in rete senza freni; con un semplice ‘click’ forniamo consensi alla leggera, riempiamo form senza informarci, rifuggendo la lettura di documenti che, seppur spesso troppo complicati, andrebbero comunque consultati.

La portata innovativa della ‘vendita’ del dato sta quindi proprio nel solletico che il denaro, l’incentivo, lo sconto potrebbero provocare alla nostra sensibilità, ed in duplice veste: tenersi informati e leggere ogni indicazione con l’intento di ottenere il beneficio economico legato alla cessione dei propri dati, oppure ancor meglio come desiderio di informarsi in ragione del timore che la proposta di “acquisto” del dato possa celare un trattamento eccessivamente invasivo ed incontrollato.

In un senso o nell’altro la monetizzazione del dato potrebbe raggiungere il risultato a cui spesso la regolamentazione non arriva: coinvolgere i protagonisti “deboli” del mercato ed abituarli a preoccuparsi e ad informarsi prima di cedere ogni ulteriore pezzettino della propria “intimità”.

 

Valentino Notarangelo Vuoi ricevere questa ed altre notizie direttamente sul tuo cellulare? Semplice! Invia il testo NEWS SI con un normale sms al nostro numero +39 3201122791 e riceverai quotidianamente sms informativi gratuiti per essere aggiornato in tempo reale sulle principali notizie della regione. Inoltre sempre a questo numero potrai inviarci segnalazioni foto/video di qualsiasi natura tramite WhatsApp

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