Giuseppe Lanza, ricordo di un valente artigiano dell’acciaio traforato a 50 anni dalla morte

Il 4 maggio del 1967 – esattamente cinquant’anni fa, anche allora un giovedì – nella sua casa di Via Milano a Campobasso, moriva Giuseppe Lanza, certamente uno dei migliori esponenti dell’arte dell’acciaio traforato, sia con riferimento al periodo in cui visse e operò, che in assoluto.

Nato a Civitanova del Sannio nel 1896, ma poi vissuto a Frosolone, Lanza si trasferì con la numerosa famiglia nel capoluogo sul finire degli anni ‘30 e qui, per circa un trentennio, contribuì con l’innata e squisita vena artistica a consolidare la fama dei ‘traforati’ che avevano reso celebre il nome della città.

Nell’agosto del 1961 – subito dopo la nomina a Commendatore – i giornali si occuparono ancora una volta di lui e dei suoi lavori, come avevano fatto già diverse volte in passato. Nel tracciarne il ricordo – dedicato anche alla memoria di sua figlia Wanda, l’indimenticata Professoressa di Lettere che ha formato intere generazioni di allievi del Liceo Classico “Mario Pagano”, nonché orgogliosissima custode delle testimonianze dell’arte paterna – non pare fuori luogo riproporre almeno in parte ciò che scrissero di lui i cronisti dell’epoca, perché in quelle righe sono presenti indicazioni utili a ripercorrerne, sia pure a grandi linee, il percorso umano e artistico.

Da «Il Tempo» del 23 agosto 1961, pag. 5 (Cronaca del Molise), leggiamo:

“Tra i migliori lavori in acciaio che rendono rinomata Campobasso vi sono quelli dell’artista Giuseppe Lanza, instancabile, pregevole e accorto artefice del ferro battuto (sic!) nonostante la menomazione del braccio sinistro per una grave ferita riportata nella prima guerra mondiale […]. Nei suoi lavori egli impegna tutto se stesso con passione e sublime slancio artistico che gli fanno produrre veri gioielli ricercatissimi sul mercato nazionale ed estero, capolavori nei quali rifulge il frutto di intelligenza e viva concentrazione…”.

Ancora dalla Cronaca del Molise, in questo caso de «Il Mattino» del 19 agosto 1961, pag. 5, ricaviamo un altro bel ritratto dell’artigiano:

Le storie più splendide e più drammatiche prese dalle fiabe o dai ricordi della città di Campobasso sono state, con ardita, complessa meticolosità, riportate sulle pale di oggetti in acciaio dal comm. Giuseppe Lanza, artista finissimo e noto nell’artigianato dell’acciaio di Campobasso. Pensate: la storia di Delicata Civerra […], Gesù Pastore, il dramma di Giulietta e Romeo, la fiaba di Cenerentola, sono state incise a incavo da questo vero artefice dell’artigianato, già cavaliere al merito della Repubblica, nominato commendatore dal Principe di Altavilla. […] Maestri dell’acciaio (forbici, coltelli, sfogliacarte, servizi per dolci, per pesce, ecc.) Campobasso ne ha avuti molti e la tradizione continua, mentre la macchina ovunque domina, lasciando in questo campo alla nostra città l’invidiabile primato del traforo sull’acciaio. Al nostro bravissimo concittadino Giuseppe Lanza, che abbiamo sorpreso nel suo accorsato laboratorio, il sincero plauso di quanti hanno a cuore la tradizione artigiana dell’acciaio nel Molise”.

Entrambi i ‘pezzi’ resero omaggio alla bravura di Lanza definendo i suoi lavori “tra i migliori” di Campobasso oppure dichiarandolo “artista finissimo”; questo nonostante egli – come si accenna nel primo dei due articoli – soffrisse di una invalidante menomazione al braccio sinistro, causatagli da una gravissima ferita riportata in trincea durante il primo conflitto mondiale. Vennero ricordati anche i temi che egli seppe immortalare nell’acciaio, alcuni dei quali connessi alla storia e alle tradizioni della città (il dramma di Delicata Civerra), altri ripresi dalla narrativa o dal mondo delle fiabe (Giulietta e Romeo, Cenerentola) oppure attinenti alla religione come, per esempio, il Gesù Buon Pastore.

La “ardita, complessa meticolosità” con la quale egli seppe produrre veri e propri capolavori, cesellandoli praticamente con una sola mano, è proprio ciò che stupisce ancora oggi chi ha la fortuna di ammirare, dal vivo oppure in fotografia, i suoi traforati. E rappresenta anche una tangibile testimonianza non solo dell’arte ma anche della tenacia che, evidentemente, albergavano in quest’uomo così dotato. Del resto, le cronache ricordano anche una sua impresa sportiva compiuta quando, nel 1921, partecipò al primo Campionato Ciclistico Molisano, classificandosi al quarto posto nonostante l’handicap all’arto superiore e brillando, non a caso, soprattutto nel passaggio presso Frosolone, all’epoca suo comune di residenza e lavoro.

Già… perché la sua carriera trovò sì compimento e maturità nel capoluogo, ma era stata prima avviata (e con successo) nel paese che con Campobasso condivideva (e condivide ancora) una gloriosa tradizione nella lavorazione dell’acciaio. Un articolo a lui dedicato pubblicato col titolo Arte frosolonese su «Il Mattino» dell’8-9 settembre 1926, nella pagina delle Cronache Dal Molise e dagli Abruzzi, infatti, fa esplicito riferimento agli apprezzamenti ottenuti da Lanza per i manufatti che erano giunti al Re d’Italia Vittorio Emanuele III, al Duce Benito Mussolini e al Generale Diaz, solo per citare alcuni nomi.

Nel 1930, dal negozio di biciclette e lavori d’acciaio che gestiva nella Via Caracciolo di Frosolone, egli spedì al Principe ereditario Umberto di Savoia, in occasione delle nozze con la Principessa Maria Josè del Belgio, due coltelli che raffiguravano dei colombi, evidente allusione all’importante matrimonio, ricavandone di nuovo un’attestazione di stima da parte della Casa Reale e una medaglia d’argento.

Ed era ancora residente in paese quando, nel 1932, si recò a Firenze per partecipare alla II Mostra Nazionale dell’Artigianato, facendosi notare ed apprezzare anche dalla stampa fiorentina oltre che dai visitatori della rassegna. L’eco di quel successo risuonava nuovamente, anni dopo, in un articolo pubblicato sulle pagine locali de «Il Messaggero» del 27 aprile 1950; in quello stesso scritto vennero citati anche due altri illustri personaggi che pure poterono ammirare i manufatti di Lanza: la Regina Elena di Savoia e il Papa. Alla consorte del Re l’artigiano aveva donato uno dei suoi artistici temperini, così come precisato sul giornale; al Pontefice (si trattava di Pio XI), invece, secondo quanto raccontato alcuni anni fa dalle figlie Rita e Wanda a chi ora scrive, egli inviò un lavoro raffigurante la Vergine Addolorata di Castelpetroso.

Anche un altro Papa, in seguito, fu omaggiato con un prezioso manufatto del bravo artefice, sia pure  indirettamente: nel 1958, infatti, il Presidente del Consiglio Provinciale del Molise Domenico Zampini acquistò dal Lanza una pala per dolci raffigurante la storia di Delicata Civerra con l’intento di farne dono a Giovanni XIII, da poco eletto al soglio pontificio.

Molto ci sarebbe ancora da scrivere e raccontare, ma lo spazio a disposizione si è esaurito, perciò si rimanda – per chi volesse approfondire – a quanto si è avuto modo di pubblicare alcuni anni fa su un volume dedicato all’acciaio traforato (Vincenzo e Vittorio Mancini, Forte e Gentile, Campobasso, Palladino Editore, 2013, in particolare alle pp. 98-104).

In chiusura sia consentito solo di esprimere, ancora una volta, il rammarico per la totale mancanza in città di segni visibili e tangibili che ricordino – ai visitatori come ai residenti – il valore assoluto non solo del Lanza, ma anche di tutti quegli altri artisti come i Rinaldi, i Villani, i Terzano, gli Eliseo, i Ficca, i Di Ricco, i Mastropietro, i D’Aquila che, a partire dall’inizio del XIX secolo, hanno contribuito con i loro manufatti a scrivere una pagina importante della storia di Campobasso.

Eppure ancora oggi, quando il capoluogo accoglie in visita istituzionale una qualche personalità di rilievo, il dono che più facilmente viene consegnato come emblema della Città è proprio un ‘traforato’: Papa Francesco, i Presidenti Mattarella, Renzi e Boldrini sono solo gli ultimi, in ordine di tempo, ad aver potuto ammirare alcuni di questi oggetti usciti magari da una delle tre botteghe che i Maestri Aldo Perrella, Antonio Muccino e Nicola Francescone, esponenti superstiti di tale arte, mantengono in vita nonostante tutto.

Vittorio Mancini

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