Castriota: la lirica è il petrolio dell’Italia

Julierose

Più che un curriculum il suo sembra una pubblicazione. Pagine e pagine che attestano l’esperienza internazionale di un direttore d’orchestra, nonché compositore, che ha calcato il palcoscenico dei teatri di tutto il mondo: dall’Italia
alla Corea. La sua professionalità è conosciuta e riconosciuta da chi di vive di musica, ed i premi ricevuti ne sono la testimonianza. Basti pensare che nel 2008 è stato insignito del prestigioso ‘Sebetia-Ter’ alla carriera, di cui si fregiano solo i migliori direttori del calibro di Riccardo Muti e Claudio Abbado. Parliamo di Lorenzo Castriota Skanderbeg, romano d’adozione ma originario di Serracapriola, ad oggi docente di Esercitazioni orchestrali al Conservatorio di musica ‘Lorenzo Perosi’. Con lui abbiamo ripercorso le tappe di una carriera iniziata agli albori degli anni ’80, al fianco di un altro grande della musica classica: il famoso e rispettatissimo Giuseppe Patanè, un
direttore old school, ama definirlo Castriota.

Maestro, può raccontarci il suo primo incontro con la musica?

“E’ molto semplice. In tenera età, come tutti i bambini, a casa prendevo scodelle e piatti facendo un po’ di casino. Poi però ho iniziato a sognare un lavoro vero, era il periodo in cui i giovani ancora potevano fantasticare: inizio, però, ad innamorarmi dell’archeologia, affascinato dall’antico Egitto seppure con superficialità. Ero pur sempre un bambino… Intorno ai nove anni avvenne un episodio fondamentale per la mia formazione: vidi in tv uno sceneggiato Rai di Sandro Bolchi, sulla storia di Puccini. Rimasi imbambolato davanti al televisore ad ascoltare questa musica stupenda, tant’è che alla fine pronunciai davanti ai miei genitori la fatidica frase: da grande voglio
fare… il musicista. Di qui inizio a studiare pianoforte per entrare in Conservatorio”.

Quindi è ‘colpa’ di Puccini, che l’ha folgorata facendole sognare una carriera da musicista…

“Sì ma non è finita… perché quando mi presentai a Santa Cecilia per sostenere l’esame – dopo aver studiato anni pianoforte – seppur ottenni un voto medioalto risultai idoneo, ma non ammesso al Conservatorio per mancanza di posti. Allora tornai sui miei passi: basta con la musica, diventerò un archeologo!”.

Benissimo, sicuramente però ci sarà stato un ulteriore ripensamento. Oggi è qui come direttore d’orchestra…

“Certamente, grazie ad una replica dello sceneggiato su Puccini (e sorride). Mi sono ripresentato all’esame e sono entrato in Conservatorio”.

Una volta terminato il conservatorio, Castriota che cosa ha fatto?

“Frequentando i teatri romani, a 17 anni ebbi il piacere di ascoltare l’Adriana Lecouvreur diretta dal maestro Patanè; dopo il primo atto andai nel suo camerino, bussai timidamente e lui mi accolse con questa frase: e tu guagliò che vuò? Al che io presi coraggio e risposi: maestro… lei per me è troppo bravo, io vorrei farle da assistente. Fai le valige e andiamo, mi rispose. Era il 1981, di lì iniziai a girare il mondo insieme a lui”.

Maestro, lei che è in attività da trent’anni ci spiega cos’è cambiato nel fare musica dagli anni 80 ad oggi?

“All’epoca il lavoro non ti metteva paura, avevamo orchestre aperte, teatri d’opera funzionali, bande. Un musicista difficilmente poteva pensare di morire di fame, anche se nella peggiore delle ipotesi finiva a suonare in un ristorante. Non amo parlare di un’epoca precedente come dei tempi d’oro, certo è che il ventaglio di possibilità era ampio”.

Cosa crede che possa rendere un direttore d’orchestra un professionista eccellente?

“Innanzitutto va detto che il direttore d’orchestra è come il registra per la prosa, che guida i suoi attori secondo una personale visuale. Il direttore d’orchestra è come se fosse un regista che continua a dirigere la regia non solo nel corso della preparazione alla performance ma anche durante il concerto. Lo rende eccellente – oltre allo studio – la passione, che è fondamentale nella nostra professione, in quanto noi non facciamo altro che ‘tenere in piedi’ un museo: mostrare al pubblico un’arte antica, come tale è nata. Se vado a vedere la Gioconda al Louvre non posso disegnarle i baffi perché non mi piace più, ma devo rispettarla perché è un’opera, che ha una tradizione ed una storicizzazione che l’ha sedimentata nel tempo. Ecco, il direttore d’orchestra quando dirige sul podio deve mantenere vivo quel messaggio. E’ più un artigiano bravo che un professore universitario; mentre l’artigiano deve realizzare la sedia, il docente ne può parlare, ma non è in grado di costruirla”.

Come riesce a mettere insieme un’orchestra? E’ vero che la musica è uno straordinario collante?

“Quando i grandi autori del passato hanno scritto queste grandi opere d’arte di cui noi godiamo, il mondo intero ha chiesto di conoscere quello che viene chiamato Repertorio; non per altro c’è qualcuno che ha definito la lirica il petrolio d’Italia. Bene, quando un musicista – e di conseguenza un’orchestra – lo conosce, non si fa altro che eseguirlo, proponendo di conseguenza al pubblico l’opera lirica. Questo per dire che è il repertorio che riesce a mettere insieme musicisti che arrivano da ogni parte del mondo”.

Parliamo un attimo del Conservatorio Perosi, dove lei insegna… ma è vero che rischia la chiusura?

“Assolutamente no. C’è stato un errore di valutazione. Rischiano, invece, gli Istituti Musicali Pareggiati ai Conservatori, che non sono legati allo Stato. Il Perosi invece è legato al Ministero. Posso assicurare che il Conservatorio di Campobasso va bene, ma abbiamo un grande problema: non abbiamo una sede idonea, che permetterebbe a tutti di stare meglio. Le nostre aule sono fatiscenti, l’istituto è molto bello ma non è gestibile dal punto di vista musicale: un esempio su tutti, mentre fai lezione non puoi sentire la classe accanto che si esercita. Quello che non capiamo è perché non si ricercano fondi europei per realizzare una struttura ex novo”.

Antokyo

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